La festa triste dei figli del divorzio

Mentre il Papa partecipava alle celebrazioni del Venerdì Santo con il rito della Via Crucis, milioni di italiani, non diversamente da altri milioni di europei, partecipavano a un’altra profana via crucis, quella segnata con il bollino rosso sulle mappe stradali e su particolari ore della giornata: il sacrificio pre-pasquale di spostarsi in macchina per la festa. Il paragone è assolutamente irriverente, ma sarebbe sbagliato non trovare una relazione tra il rito religioso e quello profano che non sia superficiale, strumentale, occasionale.
La Pasqua e il lunedì successivo sono sul calendario giorni festivi per tutti, credenti e non credenti. Ma la festa è il centro di una fondamentale tradizione cristiana, che questo Papa non manca di sottolineare con grande profondità. Ne è testimonianza il suo intenso dialogo con i cristiani ortodossi che fanno del culto pasquale un momento essenziale della loro liturgia per ritornare al significato della tradizione e rievocare il valore delle origini. Il Papa, come si sa, ha affrontato questi problemi filosofici e teologici riflettendo sulla presenza del logos della nostra cultura classica nel verbo cristiano e interrogandosi sul senso della loro relazione originaria.
La Pasqua celebra l’uomo che risorge, la natura che rinasce, il mondo che ha la possibilità di trovare una nuova palingenesi. Se non torni a nascere, dice Gesù a Nicodemo, non vedrai il regno dei cieli. Come è possibile?, si chiede Nicodemo. È il paradosso della rinascita: ritrovare se stessi in un nuovo corpo, in una nuova natura, morire per risorgere a nuova vita. Quando il Papa richiama alla fedeltà ai principi della natura, interpreta la natura sotto la lente della ragione per radicare la nostra cultura nei fondamenti originari dell’Occidente.
Ora, cosa rappresenta nel modo più immediato e visibile questa sintesi tra i principi della natura e il complesso della razionalità occidentale se non il modello tradizionale della famiglia? E cosa celebra la stragrande maggioranza di coloro che si sono messi in moto, affrontando una via Crucis tutta profana, se non questo sentimento originario della famiglia che c’è nel fondo della coscienza di tutti noi? Si obietterà: questi giorni sono un’occasione di vacanza, alcuni giorni di ferie messi in fila, un ponte, la famiglia non c’entra niente.
Ma la Pasqua non è una festa come le altre, non è il Ferragosto né il ponte della Liberazione con il Primo Maggio. Anche i più laici tra i laici cedono a un augurio, cercano di stare in famiglia, di coinvolgere la famiglia, di partire con la famiglia, e in questo atteggiamento fanno riferimento a un ideale modello familiare che appartiene allo spirito della nostra tradizione occidentale. E chi ha la sventura di non poter fare riferimento a questo modello, perché è solo, perché non ha più nessuno, perché è stato abbandonato, sa quanto sia triste vivere questa festa.
Lo sanno immediatamente i bambini, senza nessuna riflessione sul senso delle tradizioni, sul valore dell’origine, sulla cultura occidentale. Due giorni fa viaggiavo sull’aereo da Bari a Milano. Ero seduto in prima fila; al termine dell’imbarco, accompagnata da una hostess, prende posto accanto a me una bambina. Sola, appeso al collo un cartoncino con l’indicazione del nome e dell’itinerario; ha 7 anni, con voce piena di mestizia mi dice che all’aeroporto l’ha accompagnata la mamma e che adesso va a trascorrere la Pasqua con il padre. Odia questa festa, vorrebbe rimanere nella sua casa di Bari, ma vorrebbe anche vedere suo padre e non lasciare sua madre. A quella bambina avranno spiegato qualcosa sul divorzio, ovviamente non sa niente dei Dico e delle unioni diverse. Sa però una cosa molto semplice e naturale: la sua famiglia è fatta dal papà e dalla mamma e proprio questo giorno di festa la riempie di tristezza, le fa capire che la sua famiglia non c’è più.
Stefano Zecchi