È festa per tutti ma non per Roma

«È qui la festa di popolo?», mi veniva da chiedere, arrivando dopo un lungo e lentissimo viaggio in taxi all'Auditorium di Roma. Sì, la festa è lì, fuori e dentro quegli immensi mezzi gusci di noce, fresco vanto architettonico della capitale. Sarà che a Roma tutto richiama all'antichità, ma anche la più moderna delle arti, qui, fa venire in mente il Colosseo e i suoi giochi di belve e gladiatori. Non più abitanti della città caput mundi, ormai alla periferia dell'impero americano, i romani dovrebbero accorrere dove il loro sindaco ha apparecchiato i nuovi circenses del divismo. I bollettini di guerra trasmessi da Goffredo Bettini, presidente della Fondazione Cinema per Roma, celebrano la vittoria come neanche Vittorio Veneto: «Un grande successo di pubblico che va al di là di ogni più rosea aspettativa. La gente che affolla le nostre manifestazioni, le mostre, gli incontri, le proiezioni, le presentazioni dei libri, dà il senso di una grande passione e curiosità per la cultura, in un clima gioioso e sereno. Ormai la Festa del Cinema si è affermata come una manifestazione di popolo unica nel suo genere».
Sarà, ma i quarantaduemila biglietti venduti fino a ieri, in un agglomerato urbano di oltre tre milioni di abitanti, non sono davvero tanti: neanche mezzo Stadio Olimpico per un derby. Quanto «alla passione e alla curiosità per la cultura», a girare fra la folla che sgomita e cinguetta fra gli stand, sembra che davvero cerchino i gladiatori, rinati nelle veste più leggiadre di divi. Anche senza mettere piede nell'arena di celluloide, chi fa il mio mestiere ha l'impressione che in questi giorni la capitale celebri l'ennesimo festival della mondanità, del gossip e dell'esserci a tutti i costi. «Ce l'hai un biglietto per?», «Ci vai alla cena di?», «Conosci per caso Coso?». Un Festival dei Presenzialisti, più che una Festa di Popolo, la festa di quegli abitanti di una città che da sempre cercano la vicinanza del potente e dell'illustre - re, papi, duci - per godere la gloria riflessa, se non vantaggi immediati. Per questo, immagino, più che alla qualità dei film, si è badato alla presenza di ben dieci - dico di-e-ci - premi Oscar.
Comunque è chiaro che un festival del cinema qualcosa di buono porta. Fra i 6800 accreditati, fra cui 2500 giornalisti, molti vengono da fuori e da qualche parte dovranno pur dormire, arricchendo l'indotto. E se i tassisti si lamentano di portare poca gente all'Auditorium, vuol dire che si arricchiscono i noleggiatori d'auto di lusso con autista e i boccheggianti - in ogni senso - mezzi pubblici romani. Oltretutto la festa costa agli enti pubblici appena tre milioni, gli altri ce li mettono gli sponsor e la Camera di Commercio. E forse, sia pure di striscio, l'invenzione di Walter serve a ricordare all'estero che la città, una volta, era una delle capitali del cinema mondiale. Ma allora, non era meglio fare qualcosa di utile sul serio per l'industria cinematografica nostrana, che non sta proprio in buone condizioni, nonostante - o a causa - dei finanziamenti milionari a film assurdi?
Un festival del cinema ha senso in città piccole e raccolte, specializzate in turismo d'élite, come Venezia e Cannes. Qua, in questa straripante bolgia di città, la festa di popolo si perde come una sagra delle salcicce in provincia. Non a caso due eventi hanno cancellato mediaticamente il festival del cinema, appena iniziato: la manifestazione - davvero di popolo - dell'estrema sinistra e il gesto provocatore del tizio che ha colorato di rosso la fontana di Trevi. C'è da augurarsi che il primo evento abbia fatto riflettere Veltroni sugli impegni che lo attendono come capo del maggiore partito di governo, e che il popolo vuole, prima dei circenses, il pane. Il secondo evento, invece, dovrebbe avere richiamato alla mente del sindaco la fragilità degli immensi beni artistici della città; e che il gesto del presunto futurista - tutt'altro che disprezzabile sul piano artistico, come ha fatto rilevare ieri Vittorio Sgarbi - è stato paradossalmente il più clamoroso fatto d'arte che la città eterna abbia avuto da anni.
La vita culturale romana è davvero poca cosa per la capitale millenaria di un grande Paese che ha vissuto e vive d'arte e di cultura. Mancano le grandi mostre, il grande teatro, i grandi eventi letterari che non siano i premi e premiolini cadenti a pioggia su chiunque. Si può fare qualcosa di più sodo e più alto, per ridare lustro alla città. Ma mi intenerisce soprattutto pensare ai giovani che tornavano alla realtà, dopo il tuffo di divismo. Nell'Italia del lavoro incerto, il cinema è diventato la nuova mecca, sognata da migliaia di giovani precari e di studenti come la soluzione della loro vita. Un'illusione che la «festa di popolo» non fa che accrescere, come un immenso reality.
Giordano Bruno Guerri
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