Festeggia 105 anni scrivendo un romanzo

Per i suoi 105 anni, che festeggerà giovedì prossimo, Carla Porta Musa ha scritto un nuovo romanzo, Lasciati prendere per mano. Ne pubblica uno a ogni compleanno. La stesura di quest’ultimo le ha portato via qualche mese di troppo. Non che abbia perso in lucidità, anzi. Ma di solito scrive di getto. Il 15 marzo 2005, per i 103 anni, presentò La ribelle incatenata, buttato giù in soli 37 giorni e ristampato nel 2006. «Lasciati prendere per mano ne è il seguito», spiega. «La storia di padre, madre e figlio divisi dalla vita e riuniti dalla morte: cremati, si ritrovano vicini nelle urne cinerarie».
La trama non inganni. Dopo un secolo e un lustro, la scrittrice non è affatto stanca della vita. Forse tenta solo di metterci a parte di un pentimento, lei che a 45 anni voleva cercare proprio nella morte l’estrema solitudine. «Nel 1947 attraversavo un momento un po’ brutto. Allora mi dissi: come ne esco? Nella tomba Musa non posso andare, nella tomba Porta non voglio andare. Meglio che mi compri un loculo tutto mio, almeno sto da sola. Così scrissi al parroco di Portofino, dove da ragazza svernavo con mia madre e mia sorella. M’invitò a pazientare: stavano ultimando una nuova ala del cimitero. Dopo due mesi andai in municipio e mi comprai la tomba: 15.000 lire. Mi sentii liberata, come se più nulla avesse importanza. Feci scolpire anche la lapide, “Carla Porta Musa, scrittrice”, e la sola data di nascita, ovviamente, 1902. Anni dopo, Piero Chiara visitò per caso il camposanto con la moglie ed ebbe un tuffo al cuore: “Oddio, guarda Mimma, è morta la Carla! E noi non lo sapevamo”. Figurarsi la sorpresa del romanziere quando a settembre mi rivide alle terme di Montecatini».
La vegliarda non si reca sulla propria tomba da 37 anni, da quando la trovò circondata da lumini e vasetti della marmellata colmi di fiori freschi. «Andai in Comune a protestare. Il sindaco Velio appariva quasi seccato: “Lei è ancora viva? La credevamo morta da tempo e sepolta chissà dove. Il suo loculo l’abbiamo occupato”. E chi ci avete sepolto?, chiesi stizzita. “Denaro”, rispose. È brutto dirlo, ma scoppiai a ridere. Il denaro, proprio l’unica cosa di cui non m’è mai importato nulla, nella mia tomba! Pietro Denaro, un marinaio, fu traslato altrove. Per una beffa del destino nel loculo accanto al mio è poi finito il sindaco, poveretto».
Carla Porta Musa abita a Como, la città che le ha dato i natali, in una casa del primo ’900 avvolta fino al tetto dalla vite americana. Per coerenza con la biografia dell’inquilina sarebbe stata più appropriata l’edera. Sul campanello d’ottone si legge ancora «Dott. Giovanni Porta». Era il marito, un noto pediatra. Furono fidanzati per 14 anni e si sposarono nel 1935. È morto nel 1984. Hanno avuto un’unica figlia, Livia, anche lei pediatra.
Maria Casella, la madre della scrittrice, era una ticinese di famiglia patrizia, discendente dai Maestri Comacini, cresciuta a Panama. Enrico Musa, il padre, era un ingegnere milanese, proprietario di filande e setifici. A Como fondò l’Istituto Carducci, dove una settimana fa è stato presentato l’ultimo libro di sua figlia («ma sì, metta pure “ultimo”, non credo che riuscirò a scriverne altri»). Di quel salotto artistico-letterario lei stessa è stata per decenni instancabile animatrice a partire dal 1924. I suoi ospiti, ma sarebbe più giusto dire i suoi amici, erano Benedetto Croce, Salvatore Quasimodo, Riccardo Bacchelli, Giorgio De Chirico, Felice Casorati, Maria Callas, Piero Bargellini, Indro Montanelli, Dino Buzzati, Marino Moretti, Giovanni Papini, Guido Piovene, solo per citarne alcuni in ordine sparso.
«Carla Porta Musa è un dono per chi la legge e per chi la avvicina», affermava Giuseppe Pontiggia. Oltre che con i romanzi di compleanno, lei ha sempre cercato di raggiungere il suo pubblico anche con i giornali. Rispondeva alla posta del cuore sul primo numero di Amica, poi passò a Eva con le Lettere ad Alessandra, quindi alla Domenica del Corriere. Si considera tra gli orfani fondatori («sia pure con una sola azione») della Voce di Montanelli. Collabora tuttora alla Provincia, il quotidiano di Como.
S’affaccia nello studiolo ben salda sulle sue gambe, seguita con lo sguardo da Clorinda, la colf peruviana. Non le si dà più di 85 anni. Voce squillante, occhio vivace, eloquio spedito, battuta pronta, mai un vuoto di memoria. Un prodigio della natura. Sul tavolo da lavoro tiene una lente d’ingrandimento con l’impugnatura d’avorio, un flacone d’integratore vitaminico Multicentrum, quaderni Pigna a righe («l’ispirazione mi viene di notte, al mattino li riempio»), forbici, terze pagine, una cartella rossa con un’etichetta vergata a mano: «Alla biblioteca comunale di Como. Documenti dal 9 febbraio al...», non siamo che al 5 di marzo ed è già gonfia di ritagli. In una cornice d’argento sorride Alberto Falck, scomparso prematuramente nel 2003 per un incidente d’auto. «Un anno prima aveva dato una festa di due giorni per il mio centesimo genetliaco. Il primo uomo che ho baciato da ragazza fu suo cugino Nanni, che nel 1920 voleva sposarmi. Sono stata molto amica del nonno, Giorgio Enrico Falck, fondatore delle acciaierie: pretendeva che lo chiamassi “papà Giorgio”».
Anticonformista come la sua maestra Colette, con la differenza che la morbinosa romanziera francese riposa in pace al Père Lachaise da più di mezzo secolo, l’ultracentenaria veste di viola, scialle compreso, e non attribuisce risvolti iettatorii al fatto che la lampadina accesa sopra le nostre teste s’affievolisca all’improvviso fino a smorzarsi nel bel mezzo dell’intervista. E ha ragione, perché di lì a poco suona il campanello il dottor Antonio Radaelli per la visita di controllo settimanale. «Pressione 155 su 80», lo sento sentenziare dalla stanza accanto. Il medico di fiducia saluta e se ne va, visibilmente sollevato. Sarà per un’altra volta.
Sta benone.
«Come testa, entusiasmo e voglia di fare non mi sembra d’avere 105 anni. Solo mi stanco più facilmente». (Però quando ha ospiti cucina ancora lei).
Qual è il segreto della sua longevità?
«La sobrietà. Mai fumato, mai bevuto alcolici, mangio poco. Da 60 anni vado a disintossicarmi a Montecatini».
Ha paura della morte?
«No, la aspetto con serenità. Un bel momento arriverà».
Un bel momento?
«L’estate scorsa ci sono andata vicino. Mi sono presa un colpo di sole e ho passato quasi tutto agosto in ospedale. Non respiravo, non parlavo, non mi muovevo però potevo sentire. Ho udito i medici che dicevano: “Tentiamo l’ultima carta”, un’iniezione che di solito viene praticata ai ciclisti. Ero tranquilla. Ho visto mio marito che mi veniva incontro. Mi ha teso la mano e mi ha detto: “Carla, perché ci hai messo tanto tempo? Sono anni che ti aspetto”».
L’ha visto.
«Sì, proprio visto, col suo metro e 90 di statura, e ricordo anche d’aver pensato fra me e me: bisogna che qualcuno vada subito a Portofino a smurare la mia tomba. Poi ha aggiunto: “Ti ho tradita molte volte, ma in tutte le donne cercavo qualcosa di te, e non lo trovavo. Che stupido! Ce l’avevo già: eri tu che mi aspettavi a casa. Ora non ci lasceremo mai più”. Mi ha cinto le braccia al collo: “Staremo insieme per l’eternità”».
Non le dispiaceva separarsi dalla vita?
«La amo molto, sono contenta d’esser qui. Ma la vita è stata fin troppo generosa con me. Mio padre morì a 72 anni, mia madre a 74. Avevo tre fratelli e nessuno di loro è arrivato ai 70».
Non si farebbe staccare la spina.
«Sono contro l’eutanasia e contro l’aborto. Dio sa quand’è il momento di chiamarci a sé. Non forziamogli la mano».
Che cosa si aspetta «dopo»?
«Questo è un mistero. Un premio però ci dev’essere. Io mi sono sempre comportata come se ci fosse. Convivono due Carle in me: quella che riceve applausi e quella vera, la donna più semplice che esista al mondo. Non mi ritengo niente. Ancor oggi ho un solo desiderio: imparare dagli altri. Claudio Magris viene a trovarmi perché sostiene che sono una persona dalla quale impara molto. Fosse vero. È che è troppo carino con me. Mi ha anche scritto: “Grazie di esistere, Carla. Rimani come sei”. Lui ed Erri De Luca sono i miei migliori amici».
Ha capito almeno perché si nasce?
«Non me lo sono mai chiesta. Ma sono felice d’essere venuta al mondo da mio padre e da mia madre. Per il sesto compleanno papà regalava a noi figli una piccola biblioteca. “Con un libro fra le mani non sarete mai soli”, ci diceva. Oggi scopro quant’è vero. Alle sette di sera sono già a letto, soffro d’insonnia e la notte è lunga. Così mi sono messa a leggere l’opera omnia di D’Annunzio. In pochi mesi ho già divorato 14 volumi. E pensare che da giovane il Vate non mi piaceva per nulla».
Suo padre ci teneva alla cultura.
«Sì. Sono ancora in corrispondenza col collegio di Losanna dove mi spedì da bambina, a Natale mando il panettone agli allievi e a 90 anni ho voluto rivedere la cameretta dove dormivo. Poi con mia sorella fummo mandate in un college inglese, Caldecote Towers. Completai gli studi a Groslay, vicino a Parigi, nell’antica dimora dell’imperatrice Josephine de Beauharnais, moglie di Napoleone. Tornata a Como, papà mi chiese: “Che cosa vuoi fare adesso?”. Imparare l’italiano, gli risposi. Mi scelse quattro professori. Uno era Carlo Linati, lo scrittore che ha fatto conoscere David Herbert Lawrence e James Joyce, vale a dire L’amante di Lady Chatterley e l’Ulisse. Fu Linati a insegnarmi come si diventa romanzieri: “Di’ quello che pensi, Carla, non preoccuparti di far bella figura”».
Con quale scrittore del passato ha avuto più confidenza?
«Con Bacchelli. Nei giudizi era tagliente. Di un famoso critico letterario diceva: “Ha il cervello più corto del cognome”. Da noi era di casa. A fine pranzo voleva sempre il gorgonzola che acquistavo in una botteguccia. Una volta ho dovuto mandargliene a prendere due chili e ha insistito per pagarmelo».
Che cosa rimpiange del ’900?
«La buona educazione. A me hanno insegnato che la forchetta va lasciata nel piatto con i rebbi all’insù, mai all’ingiù. I ragazzi d’oggi non sanno stare a tavola. Mangiano con le mani. Sul tram non si alzano per cedere il posto agli anziani. Quando esco con la badante, ci capita di dover scendere in strada perché sfrecciano sul marciapiede in motorino. Non dicono mai grazie. Ma non è colpa loro».
E di chi?
«Non hanno la famiglia. Purtroppo non esiste più, la famiglia».
Invece lei che rapporto aveva con i genitori?
«Straordinario. Mio papà era un educatore nato. Quando combinavo una marachella, mi prendeva sulle sue ginocchia: “Ora ti spiego perché hai sbagliato”, e io ero sicura che non avrei ripetuto mai più l’errore, magari ne avrei commessi altri, ma non quello».
Qual è il suo primo pensiero al mattino?
«Oh Dio, sono ancora al mondo».
E la sera?
«È ancora Dio. La mia amica Margherita Sarfatti, ispiratrice del primo Mussolini, morì nel sonno. Passai con lei l’ultimo giorno della sua vita».
Non vuole andarsene con le tenebre.
«Ho con la notte lo stesso rapporto che aveva Anita Loos, l’autrice di Gli uomini preferiscono le bionde. Ordinava alla governante Gladys, un donnone nero: “A letto!”, e poi si metteva a scrivere. Duecento delle sue commedie avevano visto la luce in quel modo. Cominciò all’età di 12 anni. “Quando gli editori m’invitavano a pranzo per conoscermi, trovavo le scuse più incredibili per non andare: chi pubblicherebbe una bambina?”, mi raccontò. La Loos era convinta che le due persone più intelligenti del pianeta fossero Albert Einstein e Marilyn Monroe, “talmente intelligente da poter fare la stupida”, diceva».
A proposito di cinema. Ho saputo che lei è parente del regista Dino Risi, che ha da poco compiuto 90 anni.
«Sì, sua madre era una Mazzocchi, prima cugina di mio padre».
L’ho intervistato l’estate scorsa. Mi ha confidato che è stufo di vivere.
«Perché non sta bene, gli hanno impiantato un pacemaker».
Che cosa pensa di certi suoi film a episodi, come Vedo nudo, Sessomatto, Sesso e volentieri?
«Non vado al cinema da tanto di quel tempo... Dino ha la fissa del sesso. Ha amato parecchie donne. Un giorno ha detto alla moglie: “Voglio andare due settimane in albergo, da solo”. Sono passati più di trent’anni e vive ancora all’Aldrovandi di Roma».
Mi ha detto che il sesso «sarebbe stato un esercizio noiosissimo se Dio non ci avesse regalato l’orgasmo per renderlo più piacevole» e che la sua funzione «è la continuazione della specie».
«Io sono sempre stata più portata per lo spirito che per il corpo».
Non tradì mai suo marito?
«Mai. Il conte Carlo Parravicini, direttore del Credito italiano, s’invaghì di me a un ballo in casa d’amici a Cortina. Dopo qualche tempo mi confessò: “Carla, tu piaci molto, ti si fa la corte, ma quando ti si conosce a fondo si ha paura di farti del male”. Da allora, tutti gli anni, il 1° maggio m’inviò un mazzo di mughetti, perché a Parigi è così che i gentiluomini usano fare con le signore».
Ricorda il giorno più bello della sua vita?
«Come ieri: la nascita di mia figlia».
E il più brutto?
«La morte dei miei genitori. Si erano conosciuti quando lui aveva 8 anni e lei 9. “Vuoi che da grandi ci sposiamo?”, le chiese mio padre. “Va bene”, rispose lei. Così fu. La mamma era terziaria francescana e venne sepolta col cilicio. Riuscì a convertire papà, che era ateo. “È morto da santo”, mi disse don Valli, il prete che lo confessò quando ormai era in fin di vita per un tumore alla gola. Lei lo seguì 11 mesi dopo, stroncata dal crepacuore. Chiedeva a Dio di farla morire per potersi ricongiungere a lui. Non bastò l’affetto di quattro figli e 27 nipoti a trattenerla. Mamma, perché fai così?, qui ti vogliamo tutti bene, le dicevamo. Lei scuoteva il capo: “Ma nessuno di voi è papà”».
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