Al Festival dell’Unità Benigni arriva a cavallo e ride sul bunga bunga

L’attore apre con Silvio: "Un Paese di minorenni da Mameli a Ruby". Poi dà lezione a tutti sull’Inno e intona una commovente "Fratelli d’Italia"

nostro inviato a Sanremo

Questa volta Benigni ha unito l’Italia. La sua lettura dell’inno di Mameli e soprattutto la commovente interpretazione finale valgono tutte le celebrazioni istituzionali che verranno. Certo, all’inizio l’attore toscano non ha resistito a citare il Cavaliere (è entrato su un cavallo bianco) e a fare battute su minorenni, Ruby, bunga bunga e via dicendo. Però poi, chiusa quella parentesi lì, quasi dovuta per uno che ci ha costruito su gli ultimi anni della carriera, ha cominciato una lunga e densa lezione storica che, sfogliando i versi scritti da Mameli, ha insegnato agli spettatori in mezz’ora quanto non hanno imparato in anni. Una battuta, tra le tante che ha detto: «Non ce la faccio, lo so che gliel’ho promesso di non dire queste cose ma non ce la faccio.... D’altronde è nato tutto a Sanremo: la Cinquetti che cantava Non ho l’età e si spacciava per la nipote di Claudio Villa....».

I brividi che ci ha donato l’attore toscano intonando l’inno «come lo avrebbe fatto uno di quei ragazzi che andavano a morire per fare la patria», valgono anche la sopportazione di un Luca e Paolo che si mettono a omaggiare Gramsci, trasformando il Festival in un festival dell’Unità. Ormai, del resto, da queste parti impera la furbissima par condicio, un colpo al cerchio e una alla botte. L’altro ieri i due comici se la sono presa con Santoro e Saviano, ieri hanno letto un saggio tratto dalla rivista La città futura del leader comunista contro l’indifferenza. La serata era cominciata con un gruppetto di esaltati che cercavano visibilità cantando davanti all’Ariston Bella ciao, quel brano così simbolico e su cui si dividono ancora gli animi che Morandi e compagnia avrebbero voluto sentire intonare sul palco dell’Ariston nella serata dedicata ai festeggiamenti nazionali, ma che furibonde polemiche hanno consigliato di lasciar fuori.

Dentro nel teatro lo spettacolo è andato bene iniziando con la coreografia di Daniel Ezralow tutta tricolore e il laghè Davide Van De Sfroos che intonava Viva l’Italia. Ad ascoltarlo in prima fila il ministro della difesa Ignazio La Russa, il ministro della Gioventù Giorgia Meloni e il direttore generale della Rai Mauro Masi in una serata dove si sono susseguite ottime interpretazioni da parte dei Big in gara di famosi motivi che hanno segnato la storia d’Italia: dal Va’ pensiero rivisitato da Al Bano a un ‘O sole mio quasi irriconoscibile nella voce di Anna Oxa. Fino al primo intervento canoro in questo Festival di Morandi che si è esibito in Rinascimento, brano scritto appositamente per la serata di festeggiamenti nazionali da Mogol e messo in musica da Gianni Bella poco prima di ammalarsi gravemente.

Ma ieri è stato il momento tanto atteso e temuto di Benigni. Grande era la preoccupazione da parte dei dirigenti Rai per quello che avrebbe potuto dire. Invece l’attore ha dato una grande prova di unione e non di divisione. La sua partecipazione al Festival è stata accompagnata da molte polemiche, soprattutto per il cachet di 250mila euro ricevuto che va a compensare quello che avrebbe dovuto avere per Vieni via con me, la trasmissione di Fazio-Saviano in cui invece andò gratis. Anche ieri le polemiche erano continuate. Il vice ministro leghista per le Infrastrutture, Roberto Castelli avena detto: «Troppi soldi mentre migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione a 800 euro al mese, cioè 5 euro all’ora, pari a 100 mila volte meno. Viva la coerenza dei compagni». Più ruspante, come nel suo stile, l’europarlamentare della Lega Mario Borghezio, ospite del programma KlausCondicio. «Fa semplicemente schifo - ha sbottato - il prostituirsi di un artista alle esigenze della retorica di una parte del Paese contro l’altra».

E ha aggiunto senza mezzi termini: «Morandi fa pena, ma non è un profittatore. Benigni invece prende un sacco di soldi per fare uno spettacolo di untuoso ossequio alla retorica del Risorgimento». Insomma talmente esagerato che pure il ministro Ignazio La Russa, non certo tacciabile di essere un fan benignano, ha messo la sordina al collega: «Se dovessi commentare tutto quello che dice Borghezio dovrei cambiare mestiere...». E ha fatto bene visto quel che poi ha combinato Benigni.