Festival Gaber, trionfo per diecimila Bene Zero, ma la sorpresa è Covatta

A Viareggio si è concluso il lungo, convincente omaggio al Signor G. Ovazioni per Arbore in trio con Nicky Nicolai e Stefano Di Battista

Cesare G. Romana

da Viareggio

Non stupisca se, a parte il trionfo annunciato di Renato Zero, che ieri ha concluso il Festival Gaber, il successo più divertito e commosso è toccato a un piccolo gnomo villoso, beffardo e utopista, sul cui nome l’attenzione dei critici aveva un po’ sorvolato. Giobbe Covatta ha reso omaggio a Gaber senza cantarlo né recitarlo: semplicemente raccogliendone il sarcasmo ma anche la passione, ed estremizzando il tutto. Facendoci ridere amaro col dialogo tra il feto d’un bimbo negro e quello d’un ricco bambino bianco, poi, sbertucciati a dovere i potenti, facendo ascoltare La libertà, l’inno di Mameli del culto gaberiano, ma ricantata da un coro di bambini ugandesi, per le cui misere sorti da anni Giobbe si prodiga.
Così ecco la platea applaudire all’inpiedi, non senza lacrime, commossi lo stesso Covatta ed Enzino Iacchetti, cerimoniere capace di pilotare la rassegna fuor dai binari obbligati della santificazione e della retorica. Rassegna che ha convogliato, alla Cittadella del Carnevale, quasi diecimila paganti, alternando in ricordo di Gaber celebrazione e spasso, parole e note, emozioni e risate. E pazienza se qualche intervento vibrava solo nominalmente di spirito gaberiano: come quello di Rocco Papaleo, vent’anni di teatro e di cinema che, non invitato tra i big, si è presentato tra gli emergenti, con autoironia e umiltà. Ma la cui esibizione è corsa più sui binari dell’humour disimpegnato e grassoccio, che dell’impegno civile e satirico di cui il Giorgio fu maestro.
Umiltà, dicevo. Encomiabile anche quella di Luca Barbarossa, che ha dribblato il proprio repertorio per puntare su quello di Gaber e di Brel, grande modello del signor G. Mentre Francesco Guccini ha preferito non cantare, ed ecco ancora l’umiltà, impegnandosi in un bell’amarcord con Cofferati e Curzio Maltese. E poi ovazioni per Renzo Arbore, assorto e gentile in Non arrossire, poi in tandem con Nicky Nicolai, affiancata dal gruppo jazz di Stefano di Battista e ormai ospite fissa, in tutte le kermesse.
Dovizioso, come si vede, il cartellone di quest’acclamata tre giorni. Con Massimo Ranieri in forma smagliante, la Cortellesi, la Littizzetto, Oreglio e appunto Zero, perfettamente a suo agio quando c’è da intrecciare passione, enfasi popolana e buoni sentimenti: e infatti ha mandato in delirio la platea, calandosi, da camaleonte, nei panni di vice-Gaber come già, in un bell’album di qualche anno fa, in quelli di vice-Aznavour, di vice-Battisti e di vice-De André. Del resto l’idoneità gaberiana non era di rigore, in questa concelebrazione tra i cui officianti c’erano infatti gli Articolo 31, Simone Cristicchi (Vorrei cantare come Biagio Antonacci) e Cesare Cremonini, l’ex Lùnapop.
Il resto? Filmati, rimpianti, ricordi, con qualche sbuffo d’incenso che Gaber non avrebbe gradito. E con emozioni veraci. Guccini racconta l’amicizia con Giorgio, le notti a tirar mattina tra consensi e dissensi: «Lui era urbano e io montanaro, io più giacobino, lui, da ultimo, molto più morbido, diceva che “la mia generazione ha perso” e questo non è vero». E Mario Capanna: «No che non è vero, se questa generazione ci ha regalato lui. Che bello se fosse qui, a parlare dell’Irak e di Ogm, così di sinistra e così critico anche verso la sinistra, scomodo e prezioso in un mondo basso e confuso». E Ranieri: «Dividemmo il camerino a una Canzonissima, senza mai parlarci, lui era sempre così indaffarato. Poi lo sentii cantare ’A pizza, a Napoli, da vero attore. E infine mi stregò la sua metamorfosi: l’impegno civile e sociale, la teatralità lucidissima e appassionata, Brecht e Stanislavskij cuciti insieme». Con un pregio ulteriore: «Quando lo pensi - si esalta Barbarossa - ti viene in mente una sola parola, libertà».