Festival letterari, tutti li criticano e tutti li vogliono (però per sé)

I festival culturali sono come i Suv per i maschi e le tette rifatte per le donne, e anche viceversa. Cose che a parole si criticano, ma che tutti desidererebbero avere.
Sui festival e contro i festival si dice e si scrive di tutto: che sono «eventi» che non promuovono la cultura ma la mettono in piazza e basta. Che non fanno leggere un libro in più, ma gratificano solo l’ego degli autori. Che sono una moda intellettual-turistica per far sentire più colti i festivalieri e un modo popolar-propagandistico per far sembrare più bravi gli assessori alla Cultura. E che sono una macchina mangia-soldi che drena soldi pubblici e distribuisce prebende e favori al solito giro di amici (anche ieri, su queste pagine, si è raccontato il caso del festival della filologia a Pesaro: 60mila euro di finanziamenti per una manifestazioni di quattro giorni con un programma di 55 incontri, o soliti noti sul palco e le solite sedie vuote in platea...).
Gli spunti per contestare i festival culturali - che pure proliferano in tutt’Italia, soprattutto d’estate - sono tanti, e nessuno particolarmente nuovo. Eppure, stupiscono gli attacchi riservati ultimamente alla «Milanesiana» di Elisabetta Sgarbi. Prima c’è stata una freddissima accoglienza da parte dei nuovi arrivati a Palazzo Marino (Pisapia e il suo assessore alla Cultura hanno disertato l’inaugurazione del festival, peraltro un must del culturalmente corretto, visti i pedigree politici degli ospiti); poi è arrivato un curioso «avviso», quando un funzionario comunale ha ricordato che non è scontato che l’amministrazione continui a finanziare il festival (che comunque il grosso dei soldi li riceve dalla Provincia, non dal Comune); e infine, ieri, dalle pagine di Repubblica, l’ultima bordata. Prendendo come spunto il «caso» del premio Nobel Herta Müller che mercoledì ha abbandonato indispettita il Teatro Dal Verme perché riteneva fosse stato concesso al proprio intervento meno tempo di quanto concordato con l’organizzazione, due pesi massimi della cultura meneghina, Carlo Feltrinelli dell’omonimo gruppo, e Stefano Mauri, presidente della Longanesi, si sono alleati per attaccare nuovamente la creatura letteraria, ormai dodicenne, della Sgarbi: la struttura della Milanesiana - hanno detto - non è adeguata, «la formula è logora», gli autori Bompiani, cioè della scuderia di Elisabetta, sono favori, e quindi - ecco dove volevano arrivare - ci pensiamo noi a organizzare cose nuove: «Stiamo discutendo di una nuova manifestazione su letteratura e libri in questa città, dove peraltro ora si respira un’aria nuova» (come se il cambio di un sindaco di centrodestra con uno di centrosinistra abbia potuto trasformare in un mese una città di cafoni ignoranti in una di raffinati intellettuali...). Comunque, mancava poco che aggiungessero: «Così i soldi che finora hanno dato alla Sgarbi, adesso li daranno a noi». Feltrinelli e Mauri dicono che «Un nuovo appuntamento sui libri dovrebbe saper esplorare universi diversi». Diversi in che senso? Politici? Culturali? Finanziari?
Facciamo una cosa. Aspettiamo che il nuovo festival parta, in autunno o primavera. Poi, quando si sarà consolidato, prepariamoci all’arrivo di qualcun’altro che rivendichi un’idea ancora più nuova. E batta cassa.