Il festival multietnico delle bande militari

Piera Anna Franini

da Québec City
Un carosello di complessi musicali. Che sfilano per le vie della città, sostano in storiche piazze, nei teatri di tradizione e pure al Colisée Pepsi, l’arena che a breve, prima dello scoccare dell’inverno qui ormai alle porte, tornerà ad ospitare partite di hockey. Il Festival International de musiques militaires de Québec, in questi giorni ospite della canadese Québec City, è tutto ciò. Una vetrina di bande americane ed europee di primo piano, spesso con ottoni che sono l'invidia delle orchestre con frac, il caso della Ustredni Hudba Armadi, complesso delle Forze Armate della Repubblica Ceca: chapeau. Compagini militari che, parrebbe un paradosso, sono campionesse di versatilità, chiamate a passare dal protocollo di una marcia militare alle movenze swing, da arrangiamenti di composizioni nella memoria (e spesso suoneria telefonica) di chiunque ai virtuosismi, singoli e di gruppo, che il genere contemporaneo impone. Orchestre nate per accompagnare eserciti in battaglia, per trasmettere ordini e segnali, infondere coraggio e coordinare movimenti, e che oggi, accanto alle funzioni d’obbligo - dare smalto a eventi militari - conducono una vita parallela fatta di incisioni discografiche e di concerti. Poi c’è l’appendice colorata, il tattoo, termine che allude al tamburellare e che nell’immaginario comune corrisponde allo spettacolo estivo, atteso giornalmente nell’esplanade di Edimburgo, fatto di bande, ballerini, sbandieratori, elefanti, cammelli, cani di polizia e quant'altro.
Anche il Festival de Québec ha prodotto il suo Tattoo, niente a che vedere con il cugino europeo, semmai s’è inteso conservare intatta l’anima canadese. E poiché il Canada è la terra dove la diversità, negli Usa assimilata e uniformata, alimenta un mosaico dalle tessere che convivono pacificamente senza perdere la propria identità, con il Tattoo s’è voluto fare altrettanto. La regia dello spettacolo era di Olivier Dufour che ha individuato nell’esibizione, intima se non mistica, della comunità indiana di Puvirnituq il cuore di questo Tattoo québéquois. Québec vuol dire comunità Inuit, vuol dire isola latina in un contesto assolutamente anglofono, si parla francese, metà degli italiani del Canada sono approdati e rimasti qui, ma la musica volentieri parla la lingua scozzese e irlandese. In questi giorni, nelle sale e soprattutto lungo i viali e le viuzze cittadine, lo ha pure dimostrato la parata dei complessi canadesi di tamburi e di cornamuse con quel suono che imbeve l’aria, non ti abbandona per tutto il giorno e mette in ombra il bronzo degli ottoni dell'Est Europa.
Il Festival ai suoi otto anni di vita, fondato e voluto da Yvan Lachance, attrae a Québec City 170mila spettatori (secondo le stime di passate edizioni), seicento musicisti e la stampa internazionale. Numeri che gli organizzatori e i sostenitori del Festival, sindaco in testa, intendono duplicare nel 2008. Ovvero in occasione dei festeggiamenti dei quattro secoli della nascita della città più antica del Nord America. Una città di chiese e fortificazioni, cinta di bastioni a difesa dell'attaccante di turno, pellirossa, inglese o americano che fosse. «Je me souviens» è il suo motto, impresso perfino sulle targhe delle auto, del resto qui la storia è lunga quattro secoli: un’infinità se rapportata ai canoni americani. Québec City, una dama di provincia che vive dei struggimenti per i bei tempi andati, da decenni all’ombra della più vitale Montreal che a sua volta ha dovuto cedere il primato di centro finanziario del Nord America a Toronto altra metropoli ormai surclassata da Calgary e relativi affari legati all’oro nero. Struggimenti che nel 2008 verranno spazzati via da una girandola di festival e di eventi chiamati a dare nuova linfa alla città.