Al Festival del Noir buoni film ma di thriller neanche l’ombra

Le pellicole gialle sbiadiscono in comicità e psicologia. Salvatores presenta un progetto su un serial killer

Massimo Bertarelli

nostro inviato a Courmayeur

Sarebbe come se alla prima della Scala, invece di Daniel Harding apparisse sul podio Ligabue. Per carità, sempre di musica si tratta, ma probabilmente Ciampi resterebbe perplesso. Al Noir di Courmayeur, nonostante sia un Festival, i film in concorso sono tutti raccomandabili, peccato che non abbiano nulla o quasi a che fare con il thriller o il poliziesco. Perché, se bastasse un morto, allora anche la Vera storia di Caino e Abele sarebbe un giallo. Comunque sia, finora si è visto dell’ottimo cinema. Tra una proiezione e l’altra largo spazio agli incontri con autori e registi. Gabriele Salvatores è arrivato con tre novità: un film sul primo serial killer della storia ambientato nella notte di capodanno tra l’800 e il ’900 a Londra, Parigi o Barcellona, il tutto tratto dal romanzo La scala di Dioniso. Ma quando sarà pronto? Tra due anni. Secondo progetto, anche questo alquanto fumoso, una serie tv con Angela Baraldi, la protagonista del suo Quo vadis, baby?. Dalle nebbie spunta anche l’idea numero tre: un film d’avventura e d’amore sulle navi mercantili: «Un Master & Commander dei disgraziati. Titolo provvisorio: Mare aperto».
Parlando della rassegna, in estrema sintesi, soprattutto per i film che difficilmente arriveranno sui nostri schermi, merita un plauso e non per nulla ha ottenuto un sonoro battimani pubblico, il danese Adam’s apples (Le mele di Adamo), dal taglio decisamente grottesco, che racconta il bizzarro, esilarante incontro tra il candido pastore (di anime) Ivan e l’incattivito neonazista Adam, da poco dimesso dal carcere e spedito ai servizi sociali in parrocchia. Il suo compito? Far la guardia a un rigoglioso albero di mele insidiato da corvi, vermi e fulmini. Molte botte, cadaveri zero, di giallo solo la capigliatura di un paio di bionde di passaggio e una morale incorporata: la fiducia (illimitata) negli altri è la scorciatoia per la felicità e forse per il paradiso. Tra le tante situazioni irresistibilmente paradossali, una battuta che non stonerebbe nel libro d’oro di Woody Allen; il prete entra nella camera del nuovo ospite e, guardando un ritratto di Hitler appeso alla parete, gli chiede serafico: «Bell’uomo. Chi è, tuo padre?». Per restare in zona, eccone ancora una tratta da Pusher III, un altro film danese (vuoi vedere che anche il malinconico principe Amleto era un umorista in incognito?). Il trafficone impasticcato Milo, in attesa che rientrino i quattrini di una partita di ecstasy, prepara il pranzo per i 45 commensali invitati al compleanno della figlia. Ma il sarma che ha appena cucinato ha fatto danni irreparabili all’intestino di due suoi scherani, meglio quindi precipitarsi al vicino ristorante cinese a colmare di nascosto la lacuna. Intima quindi al negoziante: «Voglio 60 filetti di pesce fritto». E l’altro, imperturbabile: «Li mangia qui o li porta via?». La vicenda diventa via via più truce, con il generoso genitore che risolve a suo modo la querelle con due assillanti creditori: una martellata in testa ciascuno. Poi, per risolvere il nodo dei corpi, bastano un amico compiacente, una carrucola, un coltellaccio da cucina, una sega elettrica e una tinozza. Lo squartamento è servito alle 8 della sera, ora di Courmayeur, non di Copenhagen. Forse è per questo che una consistente parte del pubblico, diverse signore tra le più leste, è corsa via prima della fine: gli era venuta improvvisamente fame.