Il Festival parla di pace e libertà e mette tra parentesi l’amore

Meno romanticismo nelle canzoni dei big. I fratelli Bella esortano alla solidarietà, Cristicchi ci porta nel mondo della malattia

Sanremo - C’è chi parla già di Festival del turpiloquio, evidentemente turbato da qualche espressione un po’ colorita - poche, invero, e veniali alquanto - che galleggia nel mare di strofe dell’imminente kermesse canora. Ma ha buon gioco Pippo Baudo, nel ricordarci che un certo frasario, ormai, è così entrato nel parlare comune da perdere quasi del tutto la sua carica trasgressiva. Non sta dunque nel lessico la novità vera di questo Sanremo 2007: semmai nel fatto, davvero eversivo, che per la prima volta in cinquantasette anni la parola «amore» compare soltanto tredici volte, nelle trentaquattro canzoni in gara: con una media di una volta ogni (quasi) tre canzoni.
Eccolo dunque, il vero scandalo, per chi è abituato a considerare Sanremo come l’ultima casamatta del romanticismo canzonettistico - o romanticume, avrebbe detto più appropriatamente il vecchio Carducci. Per esempio Al Bano, che proporrà una canzone del figlio Yari su testo di Renato Zero, si diffonde sul valore del perdono in quest’epoca travagliata dall’odio, mentre Marcella e Gianni Bella hanno affidato alla penna di Mogol il compito di parlare d’amore, sì, ma d’amore globale, che dovrebbe unire tutti gli esseri umani «dentro questo mondo di ostilità/ volando in mezzo a un cielo di libertà/ tenendoci per mano uniti là».
E Fabio Concato? Il raffinato cantautore milanese ci intrattiene sul caso d’un disoccupato che, non più giovane, scopre il giardinaggio e ricomincia così «a vivere a colori», trovando nell’esistenza «un senso che non c’era». Mentre assai meno ottimistica è la bella canzone di Simone Cristicchi, che dopo aver cazzeggiato sul mito di Biagio Antonacci e sulle seduzioni dello star system ora si rivolge al tema inquietante dei malati di mente, raccontando le solitarie illusioni d’un matto. All’estremo opposto, cioè sui pregi desueti della normalità, ragionano Francesco e Robi Facchinetti, ché «vivere normale/ come padri e figli/ coi propri sbagli» è, lo si sappia, «l’impresa più speciale»: e intanto citano De Gregori («la storia siamo noi, tutti noi») e l’Ecclesiaste («c’è un tempo per cambiare/ amare e poi soffrire»), con impunita disinvoltura.
Poi c’è Milva, uno dei fiori all’occhiello d’un festival che celebra il ritorno di Baudo nel modo più acconcio e cioè con un forte incremento di qualità: per la sua splendida voce, l’estro di Giorgio Faletti ha confezionato l’acre ritratto di un artista fallito, uno dei tanti che bivaccano ai margini dello show-biz e «hanno il passo strisciato/ per vergogna d’impronte che non hanno lasciato/ ed un’alba slavata da mandare affanculo», eccetera. Indi arriva Paolo Rossi con un enigmatico inedito di Rino Gaetano, arrangiato da Mauro Pagani con occhi incerti tra il ghigno e la melanconia e un testo emblematicamente bifronte: «in Italia si sta male/ si sta bene si sta peggio/ qua si sta come si sta» che un po' rammenta una celebre filastrocca di Rascel e un po’ l’ultimo Gaber, quello di Io non mi sento italiano («ma per fortuna o purtroppo/ per fortuna/ lo sono»).
Antonella Ruggiero racconta invece d’una madre e d’un figlio sotto le bombe, ed è la sua una toccante apostrofe contro la guerra, mentre Tosca fruga tra i ricordi d’infanzia per trarne la sgargiante descrizione d’una festa di piazza, un solare Daniele Silvestri affida a un ritmo caraibico la sua voglia di fuga dalla quotidianità e non dissimilmente si producono gli Zero Assoluto, in quella che loro stessi definiscono una «ballata malinco-positiva».
E la canzone d’amore? A rappresentarne le declinanti fortune restano Leda Battisti che a tempo di flamenco ci illumina un suo legame finito, ma senza abbandonarsi agli effluvi dell’oleografia sanremese. Dorelli prende atto, su bel testo di Calabrese, che «è cominciato il disamore» e dunque «regaliamoci un bel gesto, quello di lasciarci», Amalia Gré celebra un amore totale di corpo e d’anima, Nada affronta con timidezza e paura l’avvento d’una nuova liaison, per gli altri, direbbe Brecht, «nulla degno di nota». Ma qualche lieta sorpresa arriva anche dalla pattuglia dei giovani: Marco Baroni illustra il disagiato rapporto tra padri e figli, Patrizio Baù racconta i «peccati di gola» dell’eros, i Grandi Animali Marini sognano in azzurro come il Modugno di Volare, Elsa Lilla esplora se stessa cercando «il senso della vita». Ma la palma spetta ai Khorakhané e alla loro intensa ballata contro la guerra e a Fabrizio Moro, che parla di mafia rammentando Falcone, Borsellino e gli altri martiri.