Festival di Ravenna, da Depardieu alla Traviata E Muti promette una rassegna al femminile

A partire dal 13 giugno tanti generi diversi. In calendario un omaggio a Juliette Greco. Il maestro rafforza il legame con Salisburgo

Ravenna - Erranti, erotiche, eretiche... Sono le donne del Ravenna Festival, al via il 13 giugno. «Un festival al femminile, ma non femminista», rimarca Cristina Mazzavillani Muti, da 19 anni anima della rassegna presentata ieri nella residenza di campagna, nel Ravennate. Assieme alla signora e a Riccardo Muti, in veste di direttore d’orchestra e consorte, c’erano i vertici musicali di Salisburgo, la città che ha fatto del proprio Festival il punto di forza culturale ed economico.

Che c’entra Salisburgo con Ravenna? C’entra per diverse ragioni. Perché dopo lunga corte, è riuscito a stringere a sé Muti, quest’anno impegnato in due produzioni operistiche (tra cui un Otello nuovo di zecca) e in tre concerti alla memoria di Herbert von Karajan, «avendo diretto la Messa da Requiem in omaggio a Karajan, ci sembrava giusto che fosse Muti a ricordarlo nel centenario dalla nascita», l’osservazione di Helga Rabl-Stadler, la temperamentosa presidentessa del Festival più prestigioso al mondo. L’asse Ravenna-Salisburgo si gioca poi sul fronte del Festival di Pentecoste austriaco che dall’anno scorso, e fino al 2011, ha affidato all’orchestra Cherubini, il complesso residente del Ravenna festival, un progetto centrato sul Settecento napoletano con Muti che scova partiture dimenticate infilando una serie di prime esecuzioni in tempi moderni. Il caso del 9 e 12 maggio, quando Muti e la sua orchestra di giovani presenteranno al pubblico Il matrimonio inaspettato di Paisiello e I pellegrini al Sepolcro di Nostro Signore di Asse.

A Ravenna si gioca la carta della pacifica convivenza di generi e di stili. Apre una Traviata fatta di luci e di specchi, per la regia della Mazzavillani, scorrono cinque ritratti al femminile teatral-musicali dedicati a monache (Rosvita), a eroine (Anita Garibaldi), a sibille e a figure senza tempo come Norma e Salomè. E gli omaggi a un monumento della canzone italiana come Modugno, al musical Cats, alla chansonnière Juliette Greco e a band moderne e provocatorie come i Massive Attack, si confrontano con quelle della tradizione nostrana. Come la banda calabrese di Delianuova che Muti stesso dirigerà il 14 giugno: per ragioni musicali («Bisogna sempre preservare il patrimonio delle nostre bande») e sociali («Sono tutti ragazzi dell’Aspromonte»). Quegli spunti socio-culturali assenti in questa campagna elettorale, lamenta Muti, invitato a esprimersi sul tema. Altro tema sempre verde, rispolverato ieri, la rivalità tra le due stelle - anche scaligere - del podio italiano, Muti e Claudio Abbado. Muti taglia corto ricordando «i trent’anni di stima reciproca» e una rivalità montata ad arte dalla stampa.

Domenica, alla Scala, l’americana Marin Alsop sarà la primadonna della storia del teatro a salire sul podio del Piermarini. Che ne pensa Muti della direzione al femminile? Prende del tempo e poi: «Le donne sul podio? Dovrebbero esprimere femminilità, peccato che tante tendano a mascolinizzarsi. Noi uomini cerchiamo e vediamo nella donna bellezza e dolcezza, ma capisco che quando una donna si trova davanti a decine di professori d’orchestra deve sapersi imporre», osserva. Nessuna sottigliezza di forma, invece, sulla mise della «direttora»: «Però che non indossino il frac, sarà che lo detesto io stesso. Una donna no: lo deve evitare».