«Il Festival di Sanremo? Se toccherà a me lo farò così»

Usando il condizionale, Giorgio Panariello anticipa le sue idee. E intanto parla con Dante Ferretti della scenografia della kermesse

Lucio Giordano

da Ischia

Ore 17.55 di ieri pomeriggio. In un salone dell'hotel Regina Isabella di Ischia Giorgio Panariello e Dante Ferretti parlano fitto fitto da almeno 20 minuti. Camicia bianca, jeans e scarpe sportive di marca l'abbronzato e dimagritissimo comico toscano. Pantaloni a righe, polo nera e mocassini dello stesso colore, il premio Oscar. A un tratto entra Tony Renis. Esclama ad alta voce: «Dante, ti chiedo una cortesia. Due anni fa eri occupatissimo e non potevi curare la scenografia del mio festival di Sanremo. Adesso fallo almeno per mio “fratello”: una bella scenografia hollywoodiana, proprio come volevo io». Ferretti sorride, annuisce, dice che il festival di Venezia lo terrà «prigioniero» per mesi, ma che la cosa non gli dispiacerebbe. Poi si alza e stringe virilmente la mano a Panariello.
La scena vale come conferma: Panariello condurrà Sanremo. Anche se il comico toscano cerca di dirottare la spiegazione in altre direzioni. Dice: «Ho accettato l'invito dell'Ischia Globalfest perché sapevo che c'era anche Ferretti. Volevo incontrarlo: un faccia a faccia con un premio Oscar...».
Ride, con la simpatia di sempre, non credendo lui per primo a quel che sta dicendo. Incalzato, si arrende. Ad un patto. Usare sempre e solo il condizionale. Lo ripete tre volte.
Se ne parla come un dato di fatto, ma l’ufficialità? Quante probabilità ci sono, Panariello, che lei conduca Sanremo?
«L'80 per cento. Forse. Perché lo ribadisco, non c'è ancora niente di sicuro, non ho firmato nessun contratto e con il direttore della Rai Cattaneo e di Raiuno Del Noce siamo d'accordo solo sulla parola».
Che tipo di festival le piacerebbe condurre?
«Un festival in cui venisse riscoperta davvero la canzone italiana. Aderirei perfettamente a questo progetto, senza protagonismi. Nessun festival di Panariello, insomma. Come mi ha detto tempo addietro Renato Zero, mio grande amico: fa’ che non diventi il tuo funerale di lusso. Ha ragione. Sono lusingato dalla proposta ma non voglio giocarmi la credibilità artistica conquistata in tutti questi anni e alla quale tengo di più, per manie di protagonismo».
Quindi non proporrebbe nessun personaggio dei suoi?
«No. Anzi sì. Mi travestirei da Bonolis, con la parrucca e le lenti colorate. E presenterei il festival da conduttore e basta».
Bonolis aveva confessato di conoscere a malapena le note del pentagramma. Lei?
«A me piace cantare, scrivere canzoni. Non dimentichi che ho cominciato la mia carriera come deejay a Radio Versilia. E proprio li, in Versilia, andrò a scrivere i testi del mio nuovo recital».
Dunque torna a teatro?
«Esattamente. In autunno porterò in giro per l'Italia, e per diversi mesi, uno spettacolo intitolato, provvisoriamente, Se stasera sono qui. Anni ’60, proprio come alcune cose della mia comicità. Proverò nuovi personaggi, nuovi scketch, senza l'ansia di bruciarli in tv: perché per almeno un paio d'anni in televisione non tornerò».
Sanremo a parte...
«Già, Sanremo a parte. Il condizionale, mi raccomando».
La sua ultima esperienza su Raiuno non è andata troppo bene. A distanza di tempo ne ha capito le ragioni?
«Sì, sono stato presuntuoso. Volevo proporre uno spettacolo diverso, rispetto a quelli della lotteria di Torno sabato. Alla Saturday night live, per intenderci. Ma non è stato recepito il mio cambio, anche se abbiamo raggiunto il 25 per cento di share, nelle ultime puntate, con un avversario agguerrito come la De Filippi».
Dunque?
«Dovevo fermarmi alla trilogia. Ma gli incidenti più brutti li fanno i guidatori più esperti, che si distraggono facilmente. Quello che è capitato a me».
E così si è buttato sulla recitazione.
«Esatto. Non sono un bravo regista, di cose tecniche non capisco niente. Per cui, meglio recitare. Per Raiuno, al fianco di Sabrina Ferilli e per la regia di Luca Manfredi ho interpretato Matilde, un film tv che andrà in onda in autunno, la storia alla polvere di stelle di due attori d'avanspettacolo che cacciati i tedeschi dall'Italia si trovano senza lavoro. Per fortuna hanno un'intuizione geniale».
E poi c'è Pieraccioni: Ti amo in tutte le lingue del mondo, in uscita a Natale.
«Conosco Leonardo da secoli. Finalmente facciamo qualcosa insieme. Nel film sono suo fratello, la sua brutta copia. Lui è un insegnante di ginnastica, bello, bravo, sicuro di sé. Gran nuotatore. Io sono invece quasi un ritardato, alla Forrest Gump, incapace di imitare le sue prestazioni. Ma il fratello grullo alla fine potrebbe...».
Vabbé, Panariello: basta condizionali.