Il feudo della «tolleranza zero» ora teme le gang dei benestanti

nostro inviato a Verona

Monsignor Giuseppe Zenti, vescovo tecnologico, confessa di non avere la «password». Un ragazzo massacrato a calci e pugni poiché alle due di notte girava nel centro città senza sigarette. Motivi del pestaggio? Impenetrabili. «Questi giovani fanno parte di un mondo a noi sconosciuto, bisogna capire che cosa ci sia a fondamento delle loro ragioni di vita», ammette il prelato. Il mistero li avvolge. Ma quando si scoprirà il movente dell'orribile aggressione a Nicola Tommasoli, non è che le cose andranno meglio. Nessuna spiegazione potrà asciugare le lacrime dei suoi genitori e dei tanti che gli volevano bene.
Verona, città guidata dal nuovo sceriffo Flavio Tosi, modello dello stile «law and order», è sotto choc. Il fresco feudo leghista della «tolleranza zero» ora è anche neofascista, teatro di una violenza assurda che non è avvenuta in una periferia abbandonata. Gli autori non sono clandestini, rom o tossici, ma giovani benestanti che parlano il dialetto. E le telecamere piazzate ovunque nella cinta storica delle mura non hanno contribuito a risolvere questo caso, perché hanno immortalato soltanto ombre che si avvicinano, si fermano e fuggono via. Non c'entra nemmeno la grossolana accusa di «nuova capitale dell'omertà» che l'Unità ha cucito addosso ai luoghi di Giulietta e Romeo, come se alle due di notte del primo maggio il selciato scaligero fosse affollato come dopo la prima dell'Aida in Arena.
La soluzione del giallo è stata l'intuizione di coinvolgere nelle indagini la Digos. Sono stati riaperti i fascicoli sulle frange estremiste, sui gruppuscoli di tifosi di destra dell'Hellas Verona, su certi episodi sanguinosi susseguitisi nei mesi recenti avvenuti tutti nel centro storico, spesso nei fine settimana. Risse che magari sono finite tra le notizie di cronaca soltanto quando avevano la politica sullo sfondo.
Il 10 dicembre scorso uno skinhead è stato ferito a coltellate da sconosciuti dietro piazza Erbe: 120 punti di sutura. Qualche giorno dopo, tre militari sono stati picchiati davanti a un bar, arrestati tre giovani vicini alla destra radicale. Il mese prima, un attentato contro il negozio di un altro esponente di estrema destra appena al di là dell'Adige, il secondo in due anni: forse una ritorsione contro l'imboscata al figlio di un consigliere comunale dei comunisti italiani, avvenuta la sera precedente. Una guerriglia per bande, magari poco organizzate; incursioni rapide e mirate in un territorio da dividere e controllare. Ieri con il fermo del diciannovenne ultrà neofascista si è scoperto che i cinque erano noti da almeno un anno alla giustizia. Il ragazzo che ha confessato appartiene a una famiglia benestante, frequenta il liceo classico della borghesia «in» della città: è vicino all’estremismo di destra e frequenta la curva dell’Hellas Verona. Ora, con il suo arresto, vengono osservati sotto una nuova luce altri episodi finora irrisolti: gruppetti di liceali malmenati per l'abbigliamento «fricchettone» o perché sedevano per terra, passanti presi a bottigliate, aggressioni a militanti di sinistra, un tifoso del Lecce, ragazzini con lo skateboard, venditori di kebab, frequentatori del centro sociale «La Chimica».
La notte tra il 30 aprile e il primo maggio i cinque picchiatori, che si divertivano con la «caccia al diverso», pare se la siano presa con Nicola perché portava i capelli lunghi raccolti: «Ti col coìn, te la fo tirar fora la sigareta» avrebbe esclamato uno di loro, tu col codino te la tiro fuori io la sigaretta. Le forze dell'ordine non rendono noto il nome del giovane fermato, un liceale di buona famiglia cui è vietato l'ingresso negli stadi. Si è detto che è uno skinhead, ma non ha la testa rasata e il presidente del «Veneto fronte skinheads», il padovano Giordano Caracino, ha detto che quei cinque non sono dei suoi. Si proclama totalmente estranea anche Forza Nuova.
Per il procuratore Guido Papalia, che l'anno scorso coordinò l'inchiesta su 17 giovani accusati di violazione della legge Mancino tra cui comparirebbero anche i teppisti del primo maggio, si tratta di «un'area nuova dell'estrema destra che si è aggregata spontaneamente, non militanti effettivi di gruppi neonazisti organizzati, ma tenuti insieme dalla violenza per la violenza e dall'odio per il diverso». Ma a chi si chiede il perché di tutto questo, nessuno è ancora in grado di rispondere.