Fi e An: una scelta di parte che ignora metà del Paese

Cossiga: «Il nostro ruolo è da abolire». Andreotti: «Non siamo di serie B»

Fabrizio de Feo

da Roma

Alla fine il governo Prodi strappa la fiducia e inizia il suo cammino, aggrappandosi alle stampelle offerte dai senatori a vita. Una «protesi» discutibile, tanto più che - al contrario di Enrico Toti, il bersagliere che finite le munizioni provvide all’eroico lancio delle sue grucce contro il nemico - quelle stampelle l’esecutivo promette di tenersele strette per tutta la legislatura, come conferma Rita Levi Montalcini. «Tutte le volte che ci sarà una discussione importante, io ci sarò», assicura l’anziana biologa.
L’anomalia è evidente. Tanto che lo stesso Francesco Cossiga ribadisce la necessità «di abolire al più presto i senatori a vita o di modificarne lo statuto conferendo loro solo il diritto di intervento, di proposta e di emendamento ma non di voto». Al contrario di Giulio Andreotti che non accetta di «essere ridotto a senatore di serie B». Fatto sta che il centrodestra, dopo aver ingoiato in silenzio il boccone dell’elezione di Franco Marini, questa volta manifesta apertamente la propria rabbia, prima contestando in aula «il soccorso bianco dei nonni della patria» per dirla con Alfredo Biondi. E poi, a freddo, sollevando ufficialmente la questione dell’utilizzo politico del laticlavio di Stato. È Silvio Berlusconi a puntare il dito contro l’alterazione della volontà popolare. Ma il suo duro giudizio non è che il primo di una lunga serie. «L’atteggiamento univoco dei senatori a vita dimostra che quelli che non sono di diritto ma di nomina presidenziale sono stati scelti con spirito di parte. Si apre un problema assai delicato» attacca Fabrizio Cicchitto. E se il vicecoordinatore di Forza Italia salva con il suo distinguo Carlo Azeglio Ciampi, Roberto Castelli punta il dito proprio contro l’ex governatore di Bankitalia (trattenutosi al ristorante del Senato con tre sue «vecchie conoscenze»: Gaetano Gifuni, Antonio Maccanico e Andrea Manzella). «Ho appreso con rammarico che Ciampi non è più presidente di tutti gli italiani. Sono certo che metà del Paese sia rimasto deluso dal fatto che si sia schierato politicamente» commenta il capogruppo della Lega al Senato. «Ecco perché - aggiunge ironico - tutti i senatori a vita da lui nominati hanno votato sì».
Giudizi più variegati vengono coniati sul fronte dell’Udc. Pier Ferdinando Casini, ad esempio, lancia un invito a tenere i nervi saldi perché «il governo Prodi è già in uno stato di seminfermità». Rocco Buttiglione, invece, solleva dubbi sulla condotta dei sette. «Sarebbe stato forse un atto di sensibilità astenersi ma ognuno esercita i suoi diritti come crede». Non nasconde il suo sdegno, invece, Maurizio Ronconi. «È un voto che va contro lo spirito dei Costituenti che certo non avevano previsto queste figure al fine di sostenere di volta in volta la fiducia dei governi pericolanti». E non manca chi ricorda come, in occasione della fiducia al primo governo Berlusconi, nel ’94, gli 8 senatori a vita «distribuirono» equamente il proprio voto: 3 a favore, 3 contro e 2 astenuti.
Dalle parti dell’opposizione, naturalmente, tutti si schierano con la propria «pattuglia di supporto». E Franco Marini bolla i giudizi di Berlusconi come «inaccettabili, sbagliati e inspiegabili. I senatori a vita hanno i diritti di tutti gli altri senatori». Una presa di posizione rintuzzata duramente dall’azzurro Renato Schifani. «Siamo noi a ritenere inaccettabile quanto accaduto. Abbiamo assistito a un episodio che il 50% del Paese non avrebbe voluto vedere: 7 senatori privi di legittimazione popolare si sono assunti la grave responsabilità politica di dar vita a un governo di minoranza. La loro opportuna e doverosa astensione sarebbe rientrata nel rispetto dello spirito del risultato elettorale».