La fiaba del cammello in lacrime suscita più sbadigli che emozioni

Volendo essere buoni a tutti i costi, è perfino struggente, oltre che poetico, il documentario diretto dall’italiano, residente in Germania, Luigi Falorni assieme a una collega mongola dal nome impronunciabile. Però anche quei signori dal cuore più tenero di un grissino che sono riusciti a candidarlo all’Oscar 2005 dovrebbero mettersi la mano sulla coscienza, sempre che riescano a penetrare nella fitta barba spuntata nel frattempo. Sì, perchè La storia del cammello che piange è di una noia epica.
Siamo nel deserto del Gobi, fra una tribù di nomadi che si esprimono in un linguaggio ovviamente incomprensibile, tradotto da caritatevoli sottotitoli. Dunque succede che il cammello (femmina, è chiaro) Ingen Temee dia faticosamente alla luce il puledrino, bianco, Botok. Senonchè la neomamma non vuole saperne di allattare quello strano bebè e i vecchi saggi indicano l’unica soluzione ai coniugi proprietari dell’animale: occorre reperire un violinista, la cui dolce musica, secondo un antico rito, farà il miracolo.
Della missione si occupano i due figli della coppia, il giovanissimo, ma già scafato Ogdoo e il fratellino sognatore Ugna. Lungo è il viaggio del tandem a bordo di due cammelli verso il supermercato con annessa scuola di musica. Riusciranno i nostri minieroi a rientrare nel tendone frustato dal vento con l’ospite-taumaturgo? Il documentario, indubbiamente delicato e fornito di una discreta dose di autoironia, si snoda con troppa flemma per far sì che i palpiti abbiano la meglio sugli sbadigli. Probabilmente anche Antonioni resterebbe sorpreso: chi ha osato fare un film dove ci si addormenta prima che nei miei capolavori?

LA STORIA DEL CAMMELLO CHE PIANGE (Germania-Mongolia, 2005) di Byambasuren Davaa e Luigi Falorni. 89 minuti