La fiaccola olimpica ora corre sulla via crucis

La chiamano staffetta, ma rischia di diventare una via crucis. I primi ad averlo capito sono stati gli organizzatori greci. Dopo il lunedì di Pasquetta «macchiato» dalla bandiera nera con cinque manette sventolata durante l’accensione della fiaccola, gli Sherlock Holmes ellenici non hanno fatto altro che inseguire attivisti pronti a bloccare i tedofori. La notte più lunga è stata quella appena trascorsa. Una notte di smania per la tremolante fiammella parcheggiata, dopo l’arrivo ad Atene, nell’austero stadio Panathenian, sede dei primi Giochi olimpici. L’ultima sfida sarà riuscire a piazzare l’ingombrante fuocherello sul volo di oggi per Pechino prima che qualcuno riesca ad intercettarlo o, peggio ancora, a spegnerlo. Pur di farcela le autorità d’Atene non guardano in faccia a nessuno. Dopo aver trasformato l’Acropoli in un Tibet in miniatura schierandoci duemila uomini delle forze di sicurezza hanno persino impedito a televisioni e fotografi di riprendere l’arrivo della torcia.
Nonostante il clima da stato d’assedio il presidente del comitato olimpico greco Minos Kyriakou nega ogni evidenza definendo i dimostranti capaci d’imporre tre cambi di rotta ai suoi tedofori una «super minoranza». Per Kyruakou l’unico problema è chiudere tutto in fretta. Il resto, Tibet, diritti umani e seccature analoghe non sono problemi suoi. «La torcia - ripete - ha completato il suo viaggio di sette giorni in Grecia e l’accoglienza è stata entusiastica, noi siamo qui per lo sport... Se qualche piccola minoranza vuole dimostrare sono problemi suoi». Sintonia perfetta con l’imperturbabile vice presidente del Comitato cinese Wang Wei che ricorda di essere ad Atene «per celebrare lo spirito olimpico e non per un dibattito politico».
L’indifferenza non cancella però le insidie disseminate lungo i 137mila chilometri della staffetta olimpica. Già l’avvio, previsto per domani da Pechino, non è felice. Convinti di poter far piazza pulita anche dei brutti ricordi, gli organizzatori l’hanno piazzato in quella piazza Tiananmen dove i carri armati soffocarono nel sangue la protesta del 1989. L’organizzazione blindata non permetterà imprevisti, ma a livello internazionale già montano le proteste dei dissidenti che ricordano i compagni arrestati dopo il massacro e ancora oggi in galera. La prima vera tappa dolente sarà quella di domenica 6 aprile a Londra dove il percorso si preannuncia come una corsa ad ostacoli tra le migliaia di manifestanti arrivati da tutto il mondo per bloccare tedofori e staffetta. Sempre a Londra l’organizzazione olimpica dovrà fare i conti con il rifiuto di un tedoforo di rango come la bellissima presentatrice televisiva Konnie Huq che ha già fatto sapere di non voler più portare la fiaccola. Peggio ancora potrebbe andare il 7 aprile in una Parigi infiammata dai propositi dello stesso presidente Sarkozy di boicottare la cerimonia d’apertura dei Giochi. A San Francisco, l’unica città statunitense ad ospitare il passaggio della torcia previsto per il 9 aprile, il sindaco Gavin Newsom non impedirà a nessuno di manifestare, ma blinderà con un sistema di permessi il percorso della fiaccola. Le vere prove di forza inizieranno il 17 aprile a Nuova Delhi, capitale del Paese che ospita il Dalai Lama, il governo in esilio e molti gruppi tibetani pronti a tutto pur di bloccare la staffetta.
La prova capace di smorzare il fuoco olimpico sarà, però, quella di maggio tra le pendici dell’Himalaya. Una volta raggiunta la cima dell’Everest la fiaccola verrà scortata nel Tibet trasformato in prigione a cielo aperto dalle forze di sicurezza cinesi. La dimostrazione di forza doveva rappresentare, originariamente, una marcia trionfale nei territori ribelli. Dopo la rivolta di Lhasa rischia, invece, di amplificare l’indignazione internazionale trasformando il ritorno a Pechino previsto per il 6 agosto, due giorni prima dell’apertura dei Giochi, in un calvario globale.