La fiamma che divise e riunì l’America

«Ho giocato a golf, ho colpito la pallina e non ho mai saputo dove stava andando». Un giorno Muhammad Alì si raccontò così. Favole, parabole, aneddoti, verità erano il succo distillato delle sue storie di vita o di quel che gli altri dissero di lui. Giocando a golf è arrivato a 70 anni, forse ha capito dove è andata la pallina ma il morbo di Parkinson non gli permette più di vedere oltre la buca. Ne compirà 70 martedì, 17 gennaio, e da ieri a Louisville, la città della sua nascita, sono partite le celebrazioni. Detta con la moglie: «La festa per un bambinone», con tanto di museo che porta il suo nome. Forse un po’ restrittivo per un cittadino del mondo, quel faro del dissenso, linguacciuto, dispettoso, sornione e invadente, poi diventato uno dei personaggi più amati, conosciuti, coccolati del pianeta. Alex Haley, il biografo di Malcom X e l’autore di “Radici“, è arrivato a un confronto perfino impegnativo. «Non so se esista un uomo al mondo che possa smuovere le folle come capita ad Ali nell’Islam. Ci vorrebbe un esercito per fargli largo. Con tutto il rispetto, dubito che il Papa possa attrarre folle così grandi. Alì è la figura con più potere religioso in America e forse nel mondo». Ecco, bisogna partire da questa visione oceanica per capire il capolavoro di Cassius Clay prima, Muhammad Alì dopo. Alì e l’America, gli americani e Alì: si sono piaciuti, poi faticosamente sopportati, anche odiati, poi ripiaciuti, infine ritrovati pieni di emozione davanti al podio di Atlanta quando il guerriero vestito di bianco che stava lassù, con le mani tremolanti, si è infilato nell’immensità di tre bilioni di persone che soffrivano davanti alla Tv, mentre accendeva la fiamma olimpica.
Alì è la fiamma dell’America che non si spegne e per anni è stato l’emblema dell’orgoglio nero. Un’idea semplificata così da Dick Gregory, un attivista sociale: «Per conto dei neri, disse ai bianchi di andare all’inferno». Anche un tipo come Bill Clinton gliene ha reso onore. «Ha insegnato che, qualunque sia il tuo colore o la tua religione, puoi andare orgoglioso di te stesso». Non tutto era saggio in quel che faceva e nemmeno preventivato. Spesso agiva per sè, ma serviva a tutti. É stato difficile per gli Stati Uniti sopportare un tipo del genere. Negli anni Sessanta il «Los Angeles Times» lo descriveva come il «fardello dell’uomo bianco». Un giornale di New York fu anche più pesante e scrisse: «Il suo legame con l’Islam è la cosa più sporca da quando i nazisti volevano usare Max Schmeling per le loro vili teorie». Schmeling era il campione tedesco dei massimi che si battè con Joe Louis per il mondiale in nome di un malinteso scontro fra razze.
Il rifiuto di andare in Vietnam e il legame con la setta dei Black Muslims misero in crisi la popolarità di Clay, ma fecero scoprire l’unico nero che facesse concorrenza a Martin Luther King in quanto a influenza sul pensiero della gente. Alì allargò perfino il cuore di Nelson Mandela, che gli fece sapere quanto il suo rifiuto all’esercito, e il rischio di andare in galera, avesse attraversato le mura di ogni prigione. «Per noi, in carcere, divenne una vera leggenda». Eppure Alì, tra un dentro e fuori dal ring, tra un mondiale truccato dai suoi padroni (contro Sonny Liston) e altri ad alta concentrazione di sofferenza, con Joe Frazier eppoi con George Foreman, fu un prodotto dell’America del capitalismo. Non si negò nulla, diverse mogli, strafottenza non sempre goliardica, grandi guadagni. Lui e Joe Frazier toccarono il record di borse nel primo match: 2 milioni e mezzo di dollari a testa. Invece contro Foreman intascò il mondiale e 10 milioni di dollari.
Le sette mussulmane gli mangiarono molti danari, ma Alì si nutriva anche di altro. «Era innamorato di apparire davanti alle telecamere. Il Parkinson gli ha tolto questo piacere», ha raccontato Lonnie Alì, l’ultima delle mogli. In questa osservazione c’è un segreto: Cassius Clay non è stata una creazione dei media, ma ha usato i media arrivando al momento giusto, quando cambiò il modo di far Tv. «Dove sono le telecamere? Sono pronto», urlava Alì, sgranando gli occhi appena intravedeva il momento dello show. George Foreman glielo ha sempre rinfacciato. «É stato il più grande showman della boxe». Ma non solo. Ha spiegato ai bianchi quale poteva essere il potenziale nero, il suo appeal è andato oltre l’America dei neri. Non sopportava che Floyd Patterson lo reclutasse come un africano nero, anzichè un nero americano. E gli rispondeva per le rime. «Davvero? E come mai pago le tasse negli Stati Uniti?». Ci rimase male per l’avversione di Joe Louis, che gli rimproverava l’adesione ai mussulmani. «Si guadagnerà l’odio pubblico». E lui lo ribattezzò “zio Tom“. Il New York Post fu più feroce: «É andato oltre i confini della fede, ha raggiunto i confini del fanatismo».
Alì faceva discutere ben al di là del suo essere campione dei pesi massimi, quasi fosse, e forse lo era, una causa incidentale. Eppure alla fine, Clay ha vinto le sue battaglie. Diceva di essere il più grande nel ring. E forse non lo era. Joe Louis, Sugar Ray Robinson e qualche altro lo sono stati di più. Però gli americani hanno perdonato tutto, dopo aver capito che quel ragazzo non aveva paura di perdere tutto pur di tener fede a una questione di principio. Dissero di lui: «É stato un sognatore come Gandhi e Mandela quando iniziarono il viaggio». Ma i suoi sogni cercavano solo gloria da ragazzo: la medaglia d’oro alle Olimpiadi, il titolo dei massimi e l’idea di «essere l’Elvis Presley della boxe». É andato oltre: spuntato dai Giochi di Roma, si è fatto inseguire dalle leggende. Ha costruito una storia nell’America anni Sessanta piena di violenza, una decade di morti ammazzati (i due Kennedy, Luther King, Malcom X), e non si è mai tirato indietro. Qualcuno disse: è la prova vivente che i principi hanno peso. Lui proponeva: «Non dico nero è meglio, perchè sono nero. Posso provarvi che è meglio». E cominciava a parlare perchè, sosteneva, parlare è più facile che tirar pugni.
Amore e odio, finchè Alì si riconciliò davvero con tutta l’America: prima nell’incontro con il presidente Ford, alla Casa Bianca, nel 1974 dopo anni di freddo, poi da lassù sul tripode di Atlanta. Forse deluse qualcuno, quando andò ad attendere lo scoccare dell’anno Duemila nel palazzo della Borsa di New York. Cena a base di caviale e aragoste, quando invece la simbologia lo avrebbe voluto insieme ai senza tetto. Fu la scelta frutto di una verità fatta balenare da Jerry Izemberg, giornalista sportivo che, come Thomas Hauser, ha scritto storie della sua vita. «Ironicamente, dopo tutto quanto passato e accaduto, l’affetto per Alì è diventato senza colore. La gente non vede se è bianco o nero. Vede solo Alì». Ecco dove è arrivata la pallina da golf.