La fiammata del petrolio brucia le Borse mondiali

Oro nero al record di 76,85 dollari. Per l’«azienda Italia» previsto un costo di 30 miliardi

Laura Verlicchi

da Milano

La fiammata del petrolio, alimentata dal conflitto in Medio Oriente, ha mandato in fumo 110 miliardi di euro su tutte le Borse d’Europa. In ribasso anche Wall Street: a fine giornata il Dow Jones ha perso l’1,52% mentre il Nasdaq ha ceduto l’1,73 per cento. Anche a causa di altre notizie negative: le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, che negli Stati Uniti sono arrivate oltre le attese a quota 332mila, e l'abbassamento delle valutazioni su diverse società proprio a causa della prevista contrazione dei consumi provocata dal caro-greggio. E anche per l’«azienda Italia» la fattura petrolifera, ovvero la spesa per l'approvvigionamento di oro nero dall'estero, potrebbe schizzare a quota 30 miliardi di euro, registrando un rincaro di circa 8 miliardi - vale a dire oltre 15mila miliardi di vecchie lire - rispetto all'anno scorso.
L’oro nero ha dunque superato, per la prima volta nella storia, la soglia psicologica di 76 dollari al barile: e la giornata di ieri ha visto stracciare un record dopo l'altro, fino a toccare quota 76,70 dollari (+2,33%), ma a pochi minuti dalla chiusura ha sfiorato il tetto di quota 77, fermandosi al massimo storico di 76,85. Record anche per il Brent - il greggio estratto nel Mare del Nord - che sull'Ice di Londra ha toccato un nuovo massimo storico superando i 76 dollari al barile. L’escalation delle tensioni tra Israele e gli Hezbollah libanesi, ormai trasformatasi in guerra vera e propria, ha avuto il ruolo di detonatore in questa esplosione dei prezzi. Ma sul mercato petrolifero pesano anche altri fattori geopolitici, a cominciare dalla disputa internazionale attorno al programma atomico dell'Iran, secondo maggiore produttore dell'Opec, che ha ripetutamente e chiaramente paventato possibili cali dell'offerta di greggio. Ma pesa anche la situazione in Nigeria, maggior esportatore dell'Africa continentale, che a seguito di mesi di scontri guerriglia-forze governative, ha visto la produzione ridursi di 500mila barili al giorno circa. «Il prezzo del petrolio è diventato un indicatore dei nodi e delle tensioni geopolitiche», osserva Daniel Yergin, uno dei guru del settore petrolifero, che dirige la Cambridge Energy Resdarch Associates. Che avverte: «L'economia ha assorbito con disinvoltura i 50 dollari al barile, ma è evidente che non prenderà con disinvoltura 70-75 dollari al barile: si tratta di un aggiustamento ben più brusco».
Infatti, già ieri le Borse di tutta Europa erano in caduta libera. Tutte hanno chiuso con almeno un punto e mezzo di percentuale negativa: Londra -1,63%, Parigi -1,81%, Francoforte -1,96%, Zurigo -1,54%, Madrid -1,47%, appena meglio Amsterdam con meno 1,37%.
Anche Piazza Affari ha perso, ma meno del resto dell’Europa: al termine degli scambi, l'indice Mibtel ha ceduto l'1,30% a 27.470 punti.