Fiasco elettorale di Blair, epurazioni nel governo

Erica Orsini

da Londra

Il Labour perde le amministrative e Blair si affretta a cambiar squadra. È stata una nottataccia quella di giovedì per il primo ministro britannico. Le previsioni più funeste per il primo test elettorale dopo le politiche si sono puntualmente avverate. È vero, sempre meglio ricordare che si tratta di elezioni parziali e il risultato va inserito in questo contesto, ad ogni modo la batosta rimane. Ed è la peggiore che il partito del premier abbia mai dovuto sopportare in 9 anni di governo praticamente incontrastato. Girare la frittata in casi come questi non riesce neppure a dei maghi della retorica politica come Tony. I laburisti hanno perso 308 seggi, i tories ne hanno guadagnati 303 e questo fa del Labour appena il terzo partito del Paese con il 26 per cento dei voti (perfino i liberaldemocratici di sir Menzies Campbell hanno fatto meglio di loro con il 27 per cento, anche se forse si sarebbero augurati di sfruttare di più il calo di popolarità laburista), soppiantato dall’ascesa trionfale dei conservatori che, con un ottimo 40 per cento, hanno conquistato il loro miglior risultato dal 1992.
Ieri il giovane leader, un sorridente David Cameron, ha detto di essere «un uomo felice» e ne ha tutte le ragioni. Comunque la si pensi bisogna ammettere che è riuscito laddove molti altri suoi predecessori più esperti avevano fallito. Seppur grazie anche ai ripetuti scandali che hanno travolto i laburisti, i tories sono tornati a essere un avversario temibile, non la solita opaca e inconsistente opposizione a cui gli elettori britannici erano ormai abituati. Ieri i candidati di Blair hanno dovuto rassegnarsi a vedersi scippare municipi storici come quello di Camden e a perdere il controllo di amministrazioni chiave come Fulham. Inquietante, ma limitato ad aree da sempre teatro di scontri razziali, si è rivelato anche il risultato ottenuto dal partito nazionalista britannico che è riuscito a strappare 11 seggi ai laburisti nelle circoscrizioni di Barking e Dagenham. In netto rialzo anche i Verdi che hanno portato a casa 20 seggi.
Ieri mattina un Blair corrucciato non ha atteso neppure i risultati definitivi prima di procedere a un rimpasto di governo quasi obbligato, il più ampio nel corso dei suo tre mandati. Così, a pagare il prezzo di una sconfitta bruciante è in primo luogo il ministro agli Interni Charles Clarke, colpevole di aver trascinato l’esecutivo in un imbarazzante episodio di malagestione sfociato nell’erronea scarcerazione di migliaia di criminali stranieri. Non perde il posto, ma viene soltanto “trasferito” il ministro degli Esteri Jack Straw, che va a ricoprire il ruolo di leader alla Camera della Comuni seguendo la sorte che già era toccata al suo predecessore Robin Cook. A sostituire Straw sarà per la prima volta una donna, Margaret Beckett, già ministro dell’Ambiente. Resistono invece abbastanza sorprendentemente sia Patricia Hewitt, contestatissimo ministro della Sanità impegnata a difendere una riforma che non piace a nessuno, che il fedifrago John Prescott, protagonista la settimana scorsa di un piccante “love affair” con tutti i particolari in cronaca. Il vice primo ministro rimane al suo posto, ma viene defraudato dell’ampio portafoglio di cui aveva goduto finora.
Il tempestivo rimpasto ha suscitato reazioni immediate tra gli analisti e molti sono d’accordo con quanto affermato ieri da John Curtice, esperto di politica all’ateneo di Strathclyde. «Il fatto che Blair abbia deciso di dare una nuova faccia al suo corpo di ministri - ha spiegato - è un chiaro segnale della sua intenzione di rimanere in giro ancora un po’». Insomma, il nuovo look dell’esecutivo non sembra essere altro che un tentativo di far cambiare opinione a quel 50 per cento degli elettori che adesso fuori da Downing Street vorrebbe soprattutto l’attuale primo ministro. E come già si sa Blair è pronto ad ascoltare qualsiasi campanello d’allarme, ma non a seguire l’indicazione di chi lo preferirebbe dimissionario dall’oggi al domani.