Fiat-Chrysler Marchionne trova lo scoglio del debito Usa

Le banche americane cominciano ad alzare la posta. Passate in rassegna nei giorni scorsi dall’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, sbarcato in Usa per definire i dettagli dell’alleanza con Chrysler, sembrano cogliere al balzo l’occasione per ottenere qualcosa in cambio dall’amministrazione Obama.
Il Wall Street Journal evidenzia, infatti, «la riluttanza degli istituti che hanno erogato prestiti a Chrysler a rinegoziare i debiti, in particolare a convertire 5 miliardi in titoli».
Le banche (tra queste figurano Goldman Sachs, Citigroup, Morgan Stanley e Jp Morgan Chase), che hanno finanziato la casa americana con 6,8 miliardi di dollari nel 2007, sanno bene che la riduzione dell’indebitamento, è uno degli impegni presi dalla casa americana con la task force del Tesoro. Per loro, a questo punto, sarebbe più vantaggiosa la soluzione della bancarotta. Ipotesi per la quale lo stesso Marchionne si era espresso negativamente durante la missione americana conclusasi venerdì: «Chrysler - aveva dichiarato l’ad a Bloomberg - non dovrebbe essere condotta attraverso una bancarotta pilotata».
L’esposizione del gruppo automobilistico del Michigan è tutt’altro che leggera: ai circa 7 miliardi ottenuti dalle banche, bisogna aggiungere 2 miliardi di debiti con il fondo Cerberus e l’ex compagna di viaggio Daimler, 4 che dovranno essere restituiti allo Stato e altri 10 miliardi di dollari legati al fondo sanitario.
Il muro che le banche starebbero innalzando potrebbe ora rallentare la trattativa, anche se a Torino hanno messo sicuramente in conto la possibilità di trovare una serie di ostacoli nella fase decisiva della discussione.
Da parte del Lingotto, comunque, resta il sostegno del presidente Barack Obama il quale ha visto in Fiat l’unica possibilità di salvezza per Chrysler.