Fiat, per la Cina tempi più lunghi Guerra con l’Ue

da Milano

Va avanti molto lentamente il percorso di Fiat Auto in Cina. La sensazione è che, come già accaduto per il ritorno del gruppo negli Stati Uniti, slittato a dopo il 2010, anche in questo caso si prospettano per il Lingotto tempi più lunghi. Fermo restando l’obiettivo di vendere circa 300mila vetture sotto la Muraglia, il problema che si pone ora a Sergio Marchionne è il seguente: quando. Sicuramente non nel 2010. In questo momento, chiusa a dicembre la joint venture con Nanjing, il gruppo italiano vende in Cina solo 2-3mila vetture - tutte importate - tra Punto, Linea e Bravo.
Logica, quindi, è anche la preoccupazione della rete dei concessionari e, per quanto riguarda l’assistenza, degli oltre 160mila possessori di automobili italiane. È vero che esistono stock di parti di ricambio, ma gli interrogativi sul futuro rimangono.
Gli accordi con il partner Chery, dopo le lettere d’intenti sottoscritte (forniture di motori e cambi prodotti dalla casa cinese e produzione di vetture Fiat e Alfa Romeo sul posto), devono ancora ricevere il benestare del governo di Pechino. Una situazione che l’«incidente» dello spot della Delta, seguito dalle scuse ufficiali di Torino, non ha certamente migliorato. Lo sforzo del gruppo, in questo momento, è quello di assicurare a dealer e clienti che l’impasse sarà superata.
Il problema, comunque, è serio. Solo quando saranno realmente avviati gli accordi con Chery, il Lingotto potrà dare il necessario colpo di acceleratore e pianificare al meglio la gamma prodotti, con l’introduzione anche della Fiat 500 e dell’Alfa Romeo Mito.
Ma a preoccupare l’amministratore delegato Marchionne c’è anche il nodo Co2 , per il quale il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha assicurato l’appoggio del governo nelle sedi preposte. «Ci impegniamo - ha detto Scajola - affinché l’intera questione sia affrontata in una nuova prospettiva, definendo gli obiettivi da raggiungere in funzione della loro effettiva possibilità di conseguimento, evitando distorsioni della concorrenza e ingiustificate penalizzazioni per le imprese». Il ministro ha poi ricordato «la contrarietà dichiarata dal governo alla proposta di direttiva europea sulla riduzione delle emissioni delle auto, che penalizza i veicoli più piccoli - ha aggiunto - rispetto a quelli più pesanti e inquinanti». Lo stesso Marchionne, in un’intervista, ha definito un «non senso» la proposta avanzata dalla Ue: «È come chiedere a un automobilista che guida a 110 chilometri all’ora in autostrada, dove c’è il limite dei 130, di pagare una parte della multa di qualcuno che procede a 150 orari». Bruxelles ha calcolato che la Fiat dovrebbe ridurre la media delle emissioni di Co2 di 8 grammi al chilometro dal 2012, portandola cioè a 122 grammi. «Gli 8 grammi/chilometro non sono nostri - è l’affondo di Marchionne - ma ce li dobbiamo sobbarcare noi perché a qualcun altro è permesso pagare di meno». L’ad della Fiat ribadisce che tutte le case dovrebbero essere obbligate a rispettare l’obiettivo di 130 grammi. In base alla proposta Ue i costruttori verrebbero multati di 20 euro per ogni grammo che eccede il limite, a partire dal 2012, e di 95 euro a partire dal 2015. Tale multa andrebbe poi moltiplicata per il numero dei veicoli venduti nell’anno. Stando alle vendite del gruppo italiano nel 2006, secondo i calcoli di AutomotiveNews Europe – che sono state di 1,05 milioni di unità, la Fiat dovrebbe pagare 168 milioni nel 2012, mentre la multa potrebbe salire fino a circa 800 milioni di euro a partire dal 2015.