Fiat, «colpo» in Serbia ma il titolo sbanda

A Pomigliano due settimane di «cassa» per 5mila addetti

da Milano

A Fiat Group non è bastato annunciare la firma con il governo serbo dell’acquisizione della casa automobilistica Zastava (940 milioni di investimento e oltre 4.700 dipendenti diretti nei tre stabilimenti che riguarderanno, oltre all’Auto, anche Iveco e Magneti Marelli). E nemmeno le quotazioni del petrolio in caduta libera hanno evitato che il titolo del Lingotto scendesse ieri del 4,9% a 9,65 euro, sotto la soglia psicologica dei 10 euro. A pesare sulle azioni di Torino (e di riflesso sulle holding Ifi e Ifil: rispettivamente meno 9,97% e meno 13,32%) sono state anche le preoccupazioni espresse dagli analisti di Crédit Suisse e AtKearney per i target 2009 del Lingotto giudicati «eccessivamente ambiziosi per tutte le divisioni», complice «il vecchio portafoglio prodotti e nonostante il successo della 500». Non è un mistero che per il gruppo, come ricordato proprio ieri su queste pagine, si prospetta un autunno molto caldo, durante il quale dovrà misurarsi con i pezzi da 90 che i principali concorrenti (Volkswagen, Ford, Toyota e Renault soprattutto) stanno per offrire al pubblico.
La sfida si sta intanto spostando anche al Brasile, mercato di primaria importanza per Torino, dove Fiat e Volkswagen hanno lanciato contemporaneamente due novità nello stesso segmento: Linea e Voyage. A tutto questo si aggiungono le crescenti difficoltà in cui si dibatte il mercato italiano dell’auto (settembre dovrebbe chiudere con un calo delle vendite tra il 7 e l’8%) che - è notizia di ieri - hanno costretto la Fiat a ricorrere alla cassa integrazione per 5mila addetti di Pomigliano d’Arco: due settimane di stop dal 6 al 12 e dal 20 al 26 ottobre. La decisione, secondo l’azienda, «nasce dalla necessità di adeguare i flussi produttivi alla domanda del mercato». In Campania vengono prodotte le Alfa 147, 159 e Gt, e da fine novembre anche un numero limitato di Fiat Bravo.
Anche ieri, da Belgrado, alla presenza del presidente serbo Boris Tadic e del ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, l’ad della Fiat, Sergio Marchionne, ha ribadito che il Lingotto dispone «di una situazione finanziaria solida». E, rispondendo allo scetticismo di alcuni analisti (Crédit Suisse ha assegnato una valutazione underperform ai titoli Fiat con un prezzo obiettivo di 10 euro), ha confermato «i piani di sviluppo nonostante un contesto internazionale difficile».
In Serbia, intanto, l’operazione, che si tradurrà in investimenti globali pari a 940 milioni (620 dei quali a carico di Torino), si articola in tre progetti paralleli, accompagnati da iniziative di rinnovamento infrastrutturale sul territorio e agevolazioni fiscali ad hoc. Il primo, suggellato dal contratto firmato ieri, prevede il passaggio del controllo di Zastava alla casa torinese, che si garantisce il 67% delle azioni dell’azienda lasciando il 33% al governo di Belgrado (con un impegno di 500 milioni per Fiat e di 200 per lo Stato serbo). Gli altri due, fissati per ora da un memorandum, avviano invece la creazione di joint venture con Iveco e Magneti Marelli nei settori dei bus e della componentistica su cui si pensa di destinare 240 milioni.
Per ora, di certo, ci sono le «200mila vetture l’anno, con la possibilità di crescere fino a 300mila unità, destinate al 90% all’export» che sfornerà l’attuale impianto di Zastava a Kragujevac, il quale «beneficerà degli standard di produzione Fiat» secondo l’approccio produttivo «zero scarti, zero difetti, zero rotture e zero inventari». Riserbo assoluto su quali saranno i nuovi modelli che il Lingotto produrrà in Serbia: si parla comunque della nuova Topolino.