La Fiat corre in Borsa e torna al 2003

Sarà venduto anche in India il modello D200 prodotto in Turchia dalla Tofas

Pierluigi Bonora

nostro inviato a Detroit

Il titolo Fiat è tornato sopra la soglia degli 8 euro. Era dal 17 gennaio 2003, una settimana prima della scomparsa di Gianni Agnelli, in piena crisi del gruppo torinese e con Roberto Colaninno pronto a farsi carico dell’azienda, che l’azione aveva iniziato a perdere terreno fino a toccare, il 20 aprile scorso, il minimo storico di 4,53 euro.
La svolta che ha portato il titolo del Lingotto sopra quota 8 euro è arrivata all’indomani delle affermazioni dell’amministratore delegato Sergio Marchionne il quale, parlando con i giornalisti all’Auto Show di Detroit, non ha nascosto la possibilità che Fiat Auto abbia chiuso l’ultimo trimestre del 2005 con un piccolo utile.
È bastato che il top manager dicesse che «Fiat Auto centrerà o supererà l’obiettivo di una perdita operativa del 2005 a 317 milioni», per rinfocolare la corsa al titolo. Se così fosse, infatti, la divisione automobilistica ritroverebbe i conti in nero dopo 17 trimestri di perdite.
Ieri a Piazza Affari il titolo Fiat è stato fin dalle prime battute sugli scudi per chiudere a 8,084 euro (+2,93%). Gli scambi sono stati ancora una volta elevati, quattro volte quelli della media: oltre 39 milioni di pezzi passati di mano, ovvero quasi il 3,6% del capitale.
La possibilità che Fiat Auto sia realmente guarita e possa affrontare con più serenità il futuro ha portato Rasbank ad alzare il target price a 8,9 euro «in quanto - ha spiegato al Giornale l’analista Gabriele Gambarova - ora si ipotizza che le agenzie migliorino il giudizio».
Anche negli Stati Uniti, dove alcune settimane fa Marchionne ha fatto il giro delle banche d’affari, c’è molta attenzione sulle vicende torinesi. «Molti fondi americani e grandi investitori - dice al Giornale una fonte finanziaria - si sono liberati delle azioni General Motors e hanno deciso di puntare su Fiat. Tra questi c’è anche chi si è esposto per centinaia di milioni. Negli Usa l’immagine del gruppo italiano è cresciuta e le aspettative sono elevate».
Intanto, in attesa che il 30 gennaio, giorno della riunione del consiglio Fiat per l’ok ai conti dell’ultimo trimestre, arrivi la conferma dell’avvenuta svolta, nelle prossime ore Torino potrebbe beneficiare di altri contraccolpi positivi. Come anticipato dal Giornale, è imminente l’annuncio da parte di Tata Motors e Fiat Auto dei dettagli dell’accordo siglato nei mesi scorsi. Domani mattina (e non oggi) al Salone dell’auto di Nuova Delhi si terrà una conferenza stampa alla quale interverranno lo stesso Marchionne, il presidente del colosso indiano Ratan Tata e il direttore generale Ravi Kant. L’incontro dovrebbe vertere sulla decisione italiana di vendere in India i modelli Palio e Siena, già prodotti nella fabbrica italiana di Mumbai, attraverso la rete commerciale Tata. Ma la vera novità, secondo indiscrezioni, riguarderebbe il lancio in India della berlina D200 prodotta attualmente da Tofas, la joint venture di Fiat in Turchia, sotto la regia di Alfredo Altavilla. Non è escluso che la vettura possa essere realizzata anche negli impianti indiani di proprietà Tata. E lo stesso potrebbe avvenire in futuro anche per Palio e Siena visto che la fabbrica Fiat di Mumbai ha subito gravi danni dalle recenti alluvioni. Continua intanto la polemica a distanza tra Fiat e governo sugli esuberi.
Ieri il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha rinviato la conferenza stampa durante la quale intendeva fare il punto della situazione. Il rinvio sarebbe stato sollecitato da ambienti di governo allo scopo di permettere al ministro ulteriori approfondimenti sulla vicenda prima di rendere note le proprie valutazioni.
Secondo il top manager della Fiat negli ultimi 10 anni il gruppo avrebbe più dato (i contributi versati all’Inps) che ricevuto dallo Stato (cassa integrazione). «Tutelare i lavoratori significa - ha commentato il sottosegretario Maurizio Sacconi - non accettare per persone con meno di 53 anni, come invece è stato ipotizzato dall’azienda, solo un lungo parcheggio fino alla pensione anticipata, con la conseguenza di una precoce emarginazione dal mercato del lavoro regolare e di una inevitabile disponibilità al lavoro nero».