Fiat «fa il pieno» in Europa e vince il rally di Borsa (+27%)

«Il mercato è schizofrenico: oggi premia un titolo facendolo impennare ma domani può accadere il contrario». Un analista commenta così l’effetto “yo-yo“ delle azioni Fiat: un giorno perdono il 10%, quello successivo recuperano altrettanto. Ieri il titolo torinese è stato il caso di Borsa: è salito del 27,12% a 6,75 euro tornando sui livelli di novembre, dopo essere stato sospeso per eccesso di rialzo, tra scambi per il 13% del capitale. Euforici anche i bancari con il Banco Popolare (più 12,8%) e Unicredit (più 7,5%), mentre il Mibtel ha guadagnato il 4,3%, spinto dall’esito del summit del G20.
Le ragioni dello scatto di Fiat? Oltre alla ripresa dell’intero settore auto in Europa (più 12%), c’è l’impatto degli incentivi alla rottamazione anche a livello occupazionale. Con la riduzione di tre giorni, la prossima settimana, della cassa integrazione a Mirafiori per 4mila addetti alle linee MiTo, Punto, Idea e Musa. A marzo, infatti, il gruppo Fiat ha aumentato volumi di vendita (+6,1%), ordini (+59%) e quota di mercato (32,6%). Boom di immatricolazioni in Germania, dove in un mese Torino ha segnato un incremento del 40% per le nuove auto grazie ai super incentivi voluti dal cancelliere Angela Merkel. Il marchio Fiat ha segnato un balzo del 218,7%, diventando il terzo costruttore nel Paese e il primo estero con una quota di mercato del 7,2 per cento. A precedere gli italiani solo Volkswagen con il 18%, e Opel (Gm), con l’8,4 per cento.
Concessionarie Fiat affollate anche a Parigi e dintorni, dove Fiat ha venduto, in marzo, il 25,2% in più di vetture rafforzando la terza posizione in Francia. A mettere il turbo al titolo, secondo gli analisti, c’è poi la ritrovata fiducia sulla possibilità che il Lingotto riporti a casa, entro i 12 mesi, i 5,2 miliardi di dollari prestati alla controllata americana Cnh, che l’anno scorso aveva dovuto ricorrere a un finanziamento infragruppo a causa della chiusura del mercato delle Abs. Il piano di finanziamento della Federal Reserve sta, però, rivitalizzando il mercato delle Abs
E poi c’è l’asse con Chrysler, che vede Fiat proporsi come «salvagente» per il gruppo americano dopo i tentativi falliti da parte di Daimler e del fondo di private equity Cerberus. Il tour di Marchionne e del “delfino“ Alfredo Altavilla, responsabile degli accordi internazionali di Fiat Group, tra Detroit, Washington e New York dovrebbe concludersi nel fine settimana. «Chrysler non dovrebbe fare ricorso alla bancarotta», ha detto Marchionne all’agenzia Bloomberg. Il numero uno di Chrysler, Bob Nardelli, ha invece ribadito che «bisogna lasciare tutte le opzioni sul tavolo». A questo proposito, l’Economist insiste sul fatto che per i creditori di Chrysler la bancarotta potrebbe essere la soluzione migliore. Il magazine in edicola oggi dedica un servizio all’ultimatum dell’amministrazione Obama a Chrysler e Gm. «Chrysler ora ha tempo sino a fine aprile per fare l’accordo» con Fiat, scrive l’Economist, «e Obama ha annunciato che potrebbe concedere altri 6 miliardi di dollari se produrrà un piano credibile per l’alleanza con la casa italiana». «Ma ce la farà?», si chiede il settimanale, sottolineando che l’ad Marchionne «ha detto a chiare lettere che Fiat non metterà in pericolo i suoi contanti» e che «il team di Fiat che ha effettuato la due diligence afferma che ci vorranno due anni prima che il gruppo Usa cominci ad avvertire i benefici della partnership». «E dato che Chrysler ha speso in gran parte, se non tutti, i quattro miliardi concessi dalla Casa Bianca a gennaio, è difficile capire come 6 miliardi la porteranno da qui al 2011».