La Fiat gioca la partita-Italia su incentivi e il nodo fabbriche

Bentornato, caro dottor Marchionne, sul pianeta Italia, quello del muro contro muro con la Fiom-Cgil e di coloro che fanno finta di scoprire solo adesso che il gruppo Fiat ha deciso di «sacrificare» la fabbrica di Termini Imerese (il rischio, in proposito, è che si continui a polemizzare fino alla vigilia dello stop, previsto nel 2011, invece che pensare fin da ora al modo più efficace per riconvertire il polo industriale palermitano). L’Italia è diversa dagli Stati Uniti: difficilmente vedremo l’amministratore delegato di Fiat abbracciarsi con uno dei leader del sindacato, come invece è accaduto il 4 novembre scorso ad Auburn Hills con General Holiefield, vicepresidente dell’Uaw, poco prima che il top manager svelasse il piano industriale di Chrysler. Un modo per ringraziare il nuovo numero uno dell’azienda per aver salvato, se non tutti, il grosso dei posti di lavoro.
In Italia, invece, la realtà è diversa nonostante i frequenti allarmi lanciati dallo stesso Sergio Marchionne sulla non competitività dell’attuale sistema produttivo Fiat. Se finora con la cassa integrazione si è riusciti a mantenere aperti gli impianti, anche nel periodo più nero della crisi, il futuro impone delle scelte. E, almeno per il breve-medio termine, l’unico rischio di stop deriverà dal ricorso alla cassa integrazione, a patto che il governo proroghi gli ecoincentivi e definisca un efficace atterraggio morbido del programma di aiuti.
Di più se ne saprà nelle prossime settimane e, soprattutto, in primavera. Marchionne, infatti, agirà in due momenti: ai primi di dicembre, nel vertice con il premier Silvio Berlusconi, il top manager presenterà al governo il piano industriale per l’Italia aggiornato almeno fino al 2011. Ovviamente, se per la data dell’incontro non sarà già stata presa una decisione sugli ecoincentivi, saranno due i piani che il governo si troverà davanti, uno dei quali (nessuna proroga) sicuramente difficile da gestire. Ma il vero volto di Fiat si conoscerà solo in primavera, quando Marchionne illustrerà alla comunità finanziaria come si muoverà nel mondo, nei cinque anni successivi, il gruppo Fiat-Chrysler, con quali obiettivi di crescita, e quali opportunità punterà a cogliere.
«La Fiat che cresce nel mondo è una Fiat che cresce anche in Italia - ha ricordato ieri il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola - e su questo convincimento noi chiediamo che in Italia vi sia più produzione di auto di quella che attualmente si svolge. Siamo un Paese che immatricola più veicoli di quelli che produce. Valuteremo il piano industriale di Fiat, pronti a fare la nostra parte in aiuto di quegli stabilimenti del Sud che sono maggiormente in difficoltà per condizioni oggettive».
Le decisioni che saranno prese in Italia non potranno comunque ignorare il dibattito europeo sugli aiuti al settore automobilistico, anche alla luce delle richieste fatte dalla rediviva General Motors a favore della figliastra europea Opel. «Quello dei sostegni al settore è un problema che dev’essere affrontato e risolto a livello internazionale», ha più volte sollecitato lo stesso Scajola. Il tempo, però, sta per scadere e da Bruxelles, in questo momento, segnali in questa direzione non si vedono ancora: ogni Paese continua a decidere per conto proprio, con vantaggi limitati ad alcuni produttori. «Non si possono dare risorse a Fiat - insiste il leader della Cgil, Guglielmo Epifani - per poi chiudere gli stabilimenti nel Sud, come Termini». Negli Usa è andata diversamente.