Fiat: Ifil aspetta il verdetto di Consob e di Piazza Affari

La Commissione deve valutare le informazioni sull’operazione di Exor. La gestione Marchionne, il taglio dei costi e i 6 mesi che hanno riaperto la partita dell’auto

Marcello Zacché

da Milano

Cosa è successo alla Fiat? Solo 6 mesi fa, in aprile, la partita sembrava compromessa. Vendite di auto in calo, titolo a 4,5 euro, finanche la Ferrari che non vinceva più. Sei mesi dopo è un altro film. Schumacher ha continuato a non azzeccare un Gp, ma in Borsa le azioni valgono 7,5 euro, il 67% in più. La Ifil degli Agnelli ha appena investito 570 milioni per mantenere il 30% del gruppo ed evitare la diluizione dopo l’ingresso delle banche, che domani convertiranno il prestito da 3 miliardi nel 27% del capitale.
Ma, come si è scoperto in questi giorni, gli Agnelli ci avevano pensato per tempo: la scommessa sul titolo l’aveva effettuata Exor (finanziaria di famiglia) proprio lo scorso aprile, trattando con Merrill Lynch uno swap che oggi le ha permesso di vendere a Ifil le azioni Fiat necessarie per non diluirsi, a solo 6,5 euro l’una. Se l’operazione è stata regolare, specie nelle modalità di informazione al mercato, e se i manager delle holding non abbiano favorito gli Agnelli (Exor ha realizzato 74 milioni di plusvalenza) ai danni degli azionisti di minoranza Ifil (e forse Fiat), lo deciderà oggi la Consob, che deve esaminare le informazioni arrivate sabato da Torino. Lo stesso farà la Borsa.
Ma in ogni caso gli Agnelli ci avevano visto giusto perché era stato l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, a consigliarli. E a dire il vero, lo aveva fatto anche con il mercato: dopo i dati del primo trimestre, resi noti il 10 maggio, l’ad aveva confermato l’obiettivo di una perdita operativa nel 2005 di 320 milioni per Fiat Auto: 520 in meno della chiusura del 2004 (-840). Target «troppo ambizioso» hanno scritto gli analisti di Merrill Lynch il 27 giugno, prevedendo perdite a quota 500 milioni. Scettici anche a Rasfin, che il 22 luglio ritenevano più verosimile un «ebit» di 400 milioni. Mentre a Ubm se ne aspettavano più di 600. Fa eccezione Mediobanca, che già nella prima trimestrale aveva visto i prodromi della riscossa. Oggi, invece, è difficile trovare un report che non sia in linea con Marchionne.
Gli è che il manager scelto a sorpresa dalla famiglia nel maggio del 2004 ha subito capito quello che bisognava fare alla Fiat. Il 2005 non poteva contare sulla crescita dei ricavi. Il mercato era fiacco. I modelli nuovi (Ypsilon e Panda) servivano per il «fondo», mentre il prodotto chiave, cioè la Punto (che da sola vale il 23-25% di Fiat Auto), essendo a fine corsa (la nuova Punto è appena uscita) avrebbe pagato dazio sia in termini di volumi che di margini. Quindi bisognava agire sull’altra componente: i costi. Ed è qui che Marchionne sta cancellando qualcosa come 500 milioni.
Dove? Nel settore dei prototipi, per esempio, che costavano 100-150 milioni l’anno che Fiat non può permettersi. O in quello della pubblicità: sembra che solo in Germania siano stati risparmiati 40-50 milioni. La prima cassa integrazione estesa anche ai colletti bianchi (1.500 tra impiegati e quadri), completa il quadro dell’«uomo solo al comando»: le mosse sono state possibili anche per l’accentramento di cariche che Marchionne ricopre senza precedenti: dopo l’addio dell’ad dell’Auto, Herbert Demel, e di Luigi Gubitosi dalla finanza, Marchionne ha tutto sotto il suo diretto controllo.
In questi mesi, allora, è stata costruita la svolta, che potrà arrivare solo nel 2006 se la Punto sarà un successo, vendendo le 350mila vetture attese. Un’operazione a cui il mercato, ora, comincia a credere fin da subito.