La Fiat non aspetta il Prof: accordi sindacali disdetti

RomaScelta obbligata e annunciata, compresi i tempi, spiega l’azienda. No, si tratta comunque di uno strappo anche se atteso, replicano i sindacati. Fatto sta che ieri il Lingotto ha annunciato ufficialmente - via lettera spedita alle sigle dei lavoratori - il recesso a partire dal 1 gennaio 2012, di «tutti i contratti applicati nel gruppo Fiat e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti». Quasi un anno zero, con l’obiettivo dichiarato di estendere a tutto il Paese l’accordo di Pomigliano, facendolo diventare la matrice per le relazioni industriali del gruppo.
Ma anche una gatta da pelare inattesa per il governo guidato da Mario Monti. Le relazioni sindacali Fiat non sono materia della quale si deve occupare ufficialmente Monti, ma l’esecutivo è stato tirato in ballo dalla sinistra al gran completo. Dalla Fiom, ai comunisti di Rifondazione e Pdci (ma questo era scontato), fino alla Cgil e al Pd. Per i democratici ha parlato il responsabile economico Stefano Fassina: «È auspicabile che il governo convochi quanto prima l’azienda e i sindacati per riaprire un confronto costruttivo». Italia dei valori ha visto nella mossa di Torino una «polpetta avvelenata» di Marchionne al governo. Persino il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini ha detto che la scelta del manager «non mi ha fatto piacere e mi induce a pensare che pensa più all’estero che all’Italia».
L’amministratore di Fiat e Chrysler, in mattinata, prima della lettera ai sindacati, aveva lodato il governo: «Con Monti non potremmo avere avuto un candidato migliore. Ha l’esperienza per traghettare l’Italia fuori dalle difficoltà. È il momento di fare le persone serie, tutto il resto non importa, il mondo ci sta a guardare. Questa volta niente cavolate».
Non è aria di sgambetto, quindi. Marchionne è concentrato sul destino dell’azienda. E la scelta di fare tabula rasa dei vecchi contratti è la logica conseguenza dell’uscita da Confindustria. Adesso resta in vigore per tutto il gruppo il contratto di primo livello siglato nel dicembre del 2010. Ma l’azienda è aperta al confronto per realizzare «nuove intese collettive» per assicurare «trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative».
La linea della divisione tra i sindacati riguarda proprio le prossime tappe. Dietro un giudizio duro come quello del segretario generale della Uilm Rocco Palombella che definito la lettera «un fatto grave», c’è la richiesta di «un tavolo negoziale. I lavoratori, in ogni caso - spiega - sappiano che in nessun modo il sindacato permetterà un arretramento di diritto e livello». Torna sulle barricate la Fiom. Il segretario Maurizio Landini ha annunciato «azioni di tipo sindacale e legale» contro l’azienda. Cioè altre cause. Il responsabile Auto Giorgio Airaudo si è augurato che «il premier Monti sia in grado di farsi dire dalla Fiat quello che Berlusconi non ha voluto sapere, e cioè che cosa intende produrre in Italia e a Torino». Giorgio Cremaschi ha parlato di «fascismo aziendalistico».
Di tutt’altro avviso la Fim Cisl: «È inutile che la Fiom continui ad abbaiare alla Luna, si è chiamata fuori dalla Fiat e dalla realtà sindacale dell’industria metalmeccanica». E il problema è proprio questo. Vincenzo Scudiere, della segreteria Cgil, ha spiegato che la disdetta «porterebbe inevitabilmente all’esclusione di un sindacato fortemente rappresentativo come la Fiom» dalle trattative. L’accordo del dicembre 2010, l’unico valido in tutto il gruppo, non è stato firmato dalla Fiom. E lo Statuto prevede che chi non ha firmato, non possa partecipare alle trattative. È l’articolo 19, non il 18, la prima grana sindacale di Monti e Fornero.