Fiat-Opel, adesso Bruxelles ingrana la retromarcia

Adesso è il momento dell’equidistanza sbandierata, dell’assoluta garanzia di imparzialità, della rapida rimozione degli steccati anti-Fiat alzati venerdì scorso dal commissario europeo all’Industria, il tedesco Guenter Verheugen, auto-proclamatosi difensore d’ufficio della connazionale Opel. Innesta la retromarcia la Commissione Ue, stempera le polemiche Berlino, pronta a prender visione dell’eventuale progetto del Lingotto. Insomma, ieri non è risuonato alcun verboten! preventivo mentre il numero uno del gruppo torinese, Sergio Marchionne, prolungava il soggiorno negli Usa per la messa a punto degli ultimi dettagli dell’intesa con Chrysler. Traguardo ormai alle viste, dopo il fondamentale accordo sui salari raggiunto nella notte tra venerdì e sabato dai lavoratori canadesi della casa di Detroit. Intesa che, di fatto, spiana la strada agli aiuti finanziari delle autorità a Ottawa e all’alleanza con la Fiat a cinque giorni dalla dead line (30 aprile) imposta da Obama. Il numero uno di Fiat incontrerà tra l’altro nelle prossime ore il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ieri impegnato nei lavori del Fondo monetario.
Con quella americana quasi chiusa, la partita in Europa resta per Fiat ancora tutta da giocare se davvero, come vuole Marchionne, l’obiettivo è quello di creare un super-gruppo da sei milioni di auto entro fine anno. Ma già non dover fare i conti con l’ostilità di Bruxelles è un punto a favore. La Commissione europea, ha fatto sapere Johannes Laitenberger, portavoce del presidente Josè Manuel Barroso, «valuterà ogni dossier che le sarà eventualmente sottoposto nel quadro delle sue competenze e funzioni in maniera obiettiva e imparziale. A nome della Commissione, il presidente garantisce questo approccio collegiale e rigoroso». Da queste parole si coglie la netta differenza di toni e contenuti rispetto all’acido interrogarsi di Verheugen sull’impossibilità, da parte di Fiat, di coniugare l’alto indebitamento con la doppietta Chrysler-Opel.
Anche la Germania sembra voler dare una chance a Torino. Il governo «valuterà molto attentamente anche il piano industriale della Fiat - ha detto al settimanale Der Spiegel il ministro dell’Economia, Karl-Theodor zu Guttenberg -, per vedere quanti siti (produttivi) e posti di lavoro possono essere mantenuti». Evitare il ricorso a licenziamenti di massa e conservare le fabbriche sul suolo tedesco sono per Berlino due condizioni-chiave. «Chi vuole chiudere impianti e tagliare posti di lavoro - ha detto il ministro dei Trasporti, Wolfgang Tiefensee - non è adatto a Opel». In caso di presentazione di un progetto, Fiat rischia comunque di partire con un handicap. Il management di Opel, secondo la Sueddeutsche Zeitung, preferirebbe infatti che la casa tedesca si accasasse con la austro-canadese Magna International, che collabora da tempo con Opel. E tra chi ha già preso posizione c’è il potente sindacato dei metalmeccanici IG Metall: «L'offerta di Magna è molto più promettente», ha detto Armin Schild, responsabile di IG Metall della zona di Francoforte e membro del consiglio di sorveglianza di Opel. Oltre a Fiat e Magna, altri due costruttori europei avrebbero espresso l’intenzione di presentare un’offerta.