Fiat più vicina a riaprire la partita cinese

Battute finali tra Torino e Nanjing. Se non si chiude è pronta l’opzione Chery

da Milano

Si scalda il fronte cinese della Fiat. Da Pechino ieri sono arrivate notizie, smentite nel pomeriggio dal Lingotto, sul raggiungimento di un accordo tra il gruppo automobilistico italiano e il suo partner Nanjing per mantenere in vita la joint venture operativa da diversi anni, ma che ha prodotto risultati tutt’altro che soddisfacenti. Al contrario, altri fronti parlano di imminente divorzio tra le parti e la possibilità che la Fiat stringa ancora di più i rapporti con l’altro colosso cinese Chery, con il quale ha già avviato una cooperazione, o trovi addirittura un nuovo alleato con cui condividere l’ambizioso piano di crescita nel Paese della Muraglia.
Nel fine settimana un giornale cinese aveva dato per fatta la ricucitura tra Torino e Nanjing. Le due società, secondo lo Shanghai securities news, si sarebbero accordate su investimenti pari a 3 miliardi di yuan, circa 390 milioni di dollari, grazie soprattutto alle pressioni di funzionari governativi della provincia di Jiangsu dove ha sede la joint venture. Nanjing Auto avrebbe comunque dovuto ricorrere a un prestito bancario per finanziare il nuovo investimento. La società cinese ha infatti concentrato le sue risorse sul progetto Mg, nel tentativo di ridar vita al fallito brand britannico Mg Rover che ha rilevato nel 2005.
Fin qui il giornale di Shanghai attraverso cui, probabilmente, i diretti interessati hanno voluto tastare il terreno in casa Fiat un mese dopo la visita dell’amministratore delegato Sergio Marchionne. Scopo del viaggio era di verificare la volontà del socio storico di seguire il programma di sviluppo della casa torinese in Cina che prevede, una volta installate le catene di montaggio della Linea e della Grande Punto, il lancio nel Paese di un modello ogni anno. Obiettivo, però, che potrà essere raggiunto solo in virtù di un investimento congiunto di 600 milioni di euro, metà dei quali a carico dell’alleato locale. Tra il 2010 e il 2011, infatti, la Fiat si è prefissata di vendere in Cina almeno 300mila vetture, ma con il dato raggiunto lo scorso anno (solo 31.300 unità commercializzate), meno dell’obiettivo di Marchionne fissato a 40mila, il traguardo di 300mila sembra essere sempre più un’utopia. Sciogliere il nodo Nanjing, inoltre, significherà per Marchionne poter pensare con maggiore tranquillità allo sbarco dell’Alfa Romeo di Cina: dal 2009 la 159 dovrebbe essere prodotta nell’impianto di Wuhu della Chery. La situazione d’incertezza, comunque, non potrà durare a lungo. Dopo l’estate e al massimo entro l’autunno una decisione in un verso o nell’altro (prosecuzione dei rapporti con Nanjing, nuova alleanza) dovrà essere presa.