Fiat, Piazza Affari crede a Marchionne: il titolo cede il 6,5%

Il mercato ha reagito alla durezza con cui l’ad ha definito «disastroso» il giugno dell’auto. Confermati però tutti gli obiettivi

da Milano

La sincera brutalità con cui l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, giovedì sera ha ammesso che il mese di giugno è stato «disastroso» per il mercato dell’auto in Italia si è rivelata soverchiante per il sistema nervoso delle Borse internazionali, già distrutto dal virus subprime.
La diagnosi di Piazza Affari è stata frenetica: venduto a piene mani fin dalla mattina, il titolo Fiat ha chiuso con un calo del 6,5% a quota 11,7 euro tra scambi vorticosi (6,3% il capitale passato di mano). Per la Borsa Fiat vale come alla metà di settembre 2006. Poco importa se Marchionne, mentre affidava alla Mi-To il rilancio dell’Alfa Romeo, ha confermato gli obiettivi del gruppo.
Fiat è diventata un facile bersaglio per gli investitori più aggressivi: nel corso della seduta hedge fund e fondi avvoltoio hanno abbattuto le quotazioni fino al 9,6%, incuranti del fatto che a maggio le «big three» del rating (Moody’s, Fitch e S&P) hanno reinserito il Lingotto tra gli investimenti ritenuti «affidabili» togliendolo dal cestino dei «titoli spazzatura».
Alla débâcle borsistica di Fiat hanno contribuito sia lo smarrimento per lo scattare delle manette dell’Fbi ai polsi di oltre 400 banchieri di Manhattan, sia le difficoltà dell’auto davanti alla crisi finanziaria innescata dai subprime: lo Stoxx del settore ha ceduto l’1,5% con vendite generalizzate da Porsche (meno 4,2%) a Peugeot (meno 2,7%) e Renault (meno 2,1%). A cui si sono aggiunte le preoccupazioni, ammesse a mezza bocca dai concessionari, per un mondo dell’auto piegato dal caro petrolio e dall’impatto dei subprime.
A provocare la sassaiola su Fiat è stato però il «disastro» annunciato da Marchionne. Non c’è stato tempo per cercare le sfumature tra le parole di un top manager uso a pensare in inglese. Gli operatori hanno puntato l’indice sia contro Marchionne, sia contro il presidente Luca Cordero di Montezemolo, anch’egli foriero di messaggi funesti sui consumi della Penisola. «Non dovevano parlare così, frasi di questo tipo riaccendono la speculazione», commentano in alcune Sim milanesi. Incomprensioni simili a quella accadute all’ad di Unicredit, Alessandro Profumo, che a metà marzo ammise alla City di ritenere «impossibile» confermare le stime della superbanca e subì la tagliola del mercato.
È la sindrome da subprime. A dispetto del fatto che a fine luglio quando Fiat svelerà la trimestrale ci sarà non solo il contributo dell’Auto ma anche la «spinta» di Iveco e Cnh, entrambe attese con margini in crescita.