La Fiat prende il volante della Chrysler

L’accordo prevede la bancarotta controllata del gruppo Usa e la
creazione di una società "ponte". Torino avrà il 35%, con il diritto di
salire fino alla maggioranza. <a href="/a.pic1?ID=347846" target="_blank"><strong>Barack Obama</strong></a>: &quot;Fiat farà rinascere la Chrysler&quot;. <a href="/a.pic1?ID=347841" target="_blank"><strong>Ora per Marchionne</strong></a> è tempo di giocare altre partite

Una nuova era per Chrysler e un «momento storico», come ha detto lo stesso amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, per «Fiat e tutta l’industria italiana». L’alleanza tra i due gruppi automobilistici annunciata ieri in diretta tv dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha tutti i requisiti per essere definita epocale. Di questo è convinto lo stesso Obama, che fin dall’inizio ha dato la sua benedizione all’accordo, reputandolo una condizione sine qua non per garantire la sopravvivenza della più piccola tra le Big Three di Detroit.
L’intesa, arrivata proprio allo scadere del mese concesso alle parti dalla Casa Bianca, passerà però da una «bancarotta pilotata» della società Usa che, una volta ripulita dai debiti, ripartirà con il Lingotto al 20% del suo capitale (e la possibilità di conquistare il 51% dal 2013 fino al 2016) a patto, però, che il debito di Chrysler nei confronti del Tesoro sarà sotto quota 3 miliardi di dollari. Fiat, come già annunciato, fornirà agli americani piattaforme e tecnologie, ma - oltre alla possibilità di accedere al mercato Oltreoceano con la 500 e le nuove Alfa Romeo - potrà nominare da subito tre componenti (uno sarà indipendente) del nuovo consiglio di amministrazione di Detroit. Il sindacato, attraverso il fondo Veba, e lo Stato, avranno invece il diritto a nominare un membro del board ciascuno. Ma fin da subito, il Tesoro potrà contare su quattro amministratori, tre dei quali indipendenti. La composizione azionaria vedrà così, insieme a Fiat, il Tesoro con il 10% e il Veba con il 55%. Torino avrà comunque diritto a un ulteriore 15%, in tre tranche successive: 5% ogni volta che saranno raggiunti determinati obiettivi. E una volta conquistato il 35%, la compagine italiana nel board salirà a quattro.
Nonostante l’intesa con i sindacati nordamericani e canadesi, e la maggioranza dei creditori, la minoranza di questi ultimi ha rifiutato fino all’ultimo l’accordo e non è stato quindi possibile evitare il ricorso al Chapter 11. A questo punto, ci sarà una «cessione accelerata» di quasi tutti i beni di Chrysler a una Newco. Nel frattempo la casa americana riceverà ulteriori finanziamenti dal Tesoro Usa e dal Canada e, al momento del closing, la nuova Chrysler sarà proprietaria «sostanzialmente» di tutti i beni della vecchia società, «con l’esclusione di determinati debiti e altre passività».
A questo punto entreranno in vigore i nuovi contratti collettivi siglati con i sindacati (con forti sacrifici per i dipendenti), mentre Washington inietterà nella società il promesso finanziamento di 6,5 miliardi di dollari.
L’alleanza permetterà alle due case di «trarre beneficio dalle rispettive reti commerciali e industriali e dai rispettivi fornitori globali». L’intesa appare molto vantaggiosa per il Lingotto, e Marchionne non ha nascosto l’entusiasmo nel celebrarla, pur riconoscendo che «il nostro lavoro è appena iniziato». Il top manager italiano ha anche ringraziato ampiamente le autorità americane e canadesi, e tutti i sindacati (con la promessa che «nei prossimi mesi passerò molto tempo a incontrare i lavoratori della Chrysler e visitare le sue fabbriche). «Siamo certi - ha aggiunto - che da questa alleanza uscirà una Fiat più forte e più internazionale, con maggiore capacità di competere sui mercati di tutto il mondo». Gli ha fatto eco Bob Nardelli, ad di Chrysler, il quale nell’annunciare che il suo compito si è ormai esaurito, ha definito il matrimonio come un’occasione «che darà vita a una nuova vibrante azienda». Nardelli ha poi precisato di «essere personalmente deluso dal fatto che Chrysler abbia presentato la richiesta di Chapter 11». In proposito, Obama ha avuto parole sferzanti per i piccoli creditori che hanno fatto resistenza fino all’ultimo. «Non tutte le parti coinvolte hanno fatto sacrifici o svolto un ruolo costruttivo per giungere a un accordo - ha tuonato il capo della Casa Bianca - in particolare un gruppo di investitori e hedge funds hanno deciso di resistere nella speranza di un ingiustificato salvataggio col denaro pubblico». Per operare in bancarotta, Chrysler riceverà complessivamente aiuti per 10,5 miliardi dallo Stato Usa e da quello canadese, che si è impegnato a versare 2,42 miliardi di dollari.
Da Roma, intanto, il premier Silvio Berlusconi ha espresso «grande soddisfazione per un accordo che rappresenta un’ulteriore testimonianza delle forti relazioni economiche e commerciali tra Italia e Usa, ed è una dimostrazione tangibile dell’impegno comune dei due Paesi nel fronteggiare l’attuale difficile congiuntura economica internazionale. È inoltre la conferma delle capacità industriali e d’innovazione tecnologica raggiunte da Fiat, di cui l’Italia può essere giustamente orgogliosa».