FICARRA & PICONE, I COMICI FANNO SUL SERIO

Corsi e ricorsi storici anche nella comicità. Va segnalato con favore il ritorno a un tipo di comicità che si prende tempi di più ampio respiro, concedendosi il lusso di sketch confezionati con cura, pensati con più attenzione alla scrittura, al rispetto delle pause e dei giusti tempi comici come avveniva nei programmi di intrattenimento della televisione di una volta. Abbiamo avuto tra gli ultimi esempi la celebre gag della lettera dettata da Benigni a Celentano, perfetta rappresentazione di come la comicità più efficace sia un congegno ad orologeria ad alta precisione matematica. Un'altra conferma la si è avuta nei giorni scorsi con lo spettacolo Ma chi ce lo doveva dire? con Ficarra e Picone (venerdì su Canale 5, ore 21, seconda e ultima puntata venerdì prossimo) in cui i due comici siciliani hanno presentato una summa dei loro numeri migliori, la maggior parte dei quali (come il divertente pezzo del Ponte sullo Stretto) avevano poco o nulla da spartire con la comicità «fast food» di impronta giovanilistica che ha segnato gli ultimi vent'anni della nostra televisione, fatta di battute veloci, di tormentoni, di ritmo frenetico e, spesso, anche di ripetitive volgarità. Si temeva che il pubblico, abituato a una comicità dal passo svelto, potesse trovarsi a disagio di fronte a tempi più dilatati, a dialoghi costruiti guardando più a un modello di riferimento teatrale che prettamente televisivo, ma il responso è stato decisamente buono e incoraggia l'inversione di tendenza. Del resto per molti anni il comico (inteso sia come genere che come attore) non aveva fretta. I meno giovani ricorderanno che Walter Chiari entrava nelle nostre case con alcuni monologhi che duravano più di venti minuti. Certo li poteva reggere con la sua bravura, in grado di trasformare una barzelletta in un «atto unico», ma se lo poteva consentire anche perché il pubblico non era stato ancora abituato ai ritmi sincopati della comicità moderna trasformata troppo spesso in una fabbrica di battute a getto continuo e in doppi sensi presto ridottisi a «sensi unici». Quel clima più riflessivo e meno nevrotico aveva permesso, non a caso, l'emergere di numerosi talenti originali (tra i quali Paolo Villaggio, Cochi e Renato, Massimo Troisi, Carlo Verdone) che furono valorizzati dall'interpretazione di sketch costruiti per reggere molti minuti di trasmissione. Tale esigenza rendeva necessario un accurato lavoro di preparazione, uno sforzo creativo, un ambizioso impegno autorale che era spesso il presupposto per una buona qualità comica andata poi via via perduta. Tanto di guadagnato se oggi si torna a far ridere attraverso il buon artigianato.