La fiction di «ER» diventa realtà a Bagdad

In un film documentario gli orrori della guerra irachena visti con occhio spietato dal personale medico che cura i feriti

Mariuccia Chiantaretto

da Washington

«ER Bagdad» non è certo «Mash». Il film-documentario presentato ieri sera dalla Tv via cavo Hbo non ha nulla a che fare con la serie ideata per far sorridere gli americani durante la guerra di Corea. Presenta infatti gli orrori della guerra in Irak in un modo così realistico e crudele che il generale Kevin Kiley, responsabile della sanità dell’esercito Usa, ha emesso una circolare in cui mette in guardia i reduci. Per chi è stato in Irak, afferma Kiley, guardare «ER Bagdad» può provocare sintomi di stress post-traumatico.
«Questo film - si legge nei titoli di apertura - è un tributo all’eroismo e al sacrificio dei pazienti e del personale dell’86° Combat Support Hospital. Uomini e donne che lavorano febbrilmente 24 ore su 24 per rimettere in sesto i feriti in mezzo agli orrori di una guerra».
«ER Bagdad» non può essere definito un film contro, e men che meno favorevole, alla guerra. I registi Jon Alpert e Matthew O’Neill non danno un giudizio politico, ma si focalizzano sulle cure impartite ai feriti. I membri dell’86° sono veri eroi. Uomini e donne giovani ma ben consci del grave compito che svolgono, fanno miracoli per salvare la vita ai compagni: tagliano braccia e gambe, estraggono schegge di metallo dagli occhi, puliscono il pavimento coperto di sangue.
In una scena del film si vede un medico che corre verso l’ospedale come chi sta per perdere un treno. «Ero fuori servizio in palestra - spiega il dottor James Hill -, ma sono stato chiamato sul cellulare. Stanno portando dei feriti, non so quanti, devo correre».
Un’altra scena da incubo che turberà a lungo i sonni di tante mamme è quella di un’infermiera che sposta dal tavolo operatorio a un sacco di plastica un braccio amputato. «Cerchiamo di fare del nostro meglio - spiega un medico -, circa il 90 per cento dei soldati americani feriti sopravvive. Il nostro compito è di rimetterli in sesto per poterli trasportare in Germania, dove verranno assistiti molto meglio che qui al fronte».
Un soldato giovanissimo che rischia di perdere la vista racconta: «Brucia un po’ se tento di aprire gli occhi». Un soldato della Guardia nazionale che ha perso un pollice lo rassicura: «Ci vuole tempo, la ferita prima o poi si rimargina».
Il terrore dei soldati e del personale medico sono le Ied (Improvised Esplosive Devices), ovvero gli ordigni improvvisati nella cui fabbricazione gli insorti iracheni sono diventati maestri. L’altro grosso problema sono le bombe multiple, che scoppiano a diversi minuti l’una dall’altra e feriscono o uccidono chi soccorre i feriti.
In un’altra scena un soldato sbotta: «Odio questa stupida guerra. È la cosa più ridicola che abbia mai visto. Qualcuno parla di armi intelligenti. Non credo che questa sia più intelligente di qualsiasi altra guerra».
La telecamera di Alpert e O’Neill è spietata, e non rispetta nemmeno i momenti più privati e tristi. Dopo aver febbrilmente lavorato per salvare la vita di un marine, il medico di turno sbotta: «Ok, è stato chiamato (all’altro mondo). In questo momento sono le 11.56». «Ragazzi - aggiunge poi rivolto ai colleghi -, ci abbiamo provato».
L’unico momento che può ricordare «Mash» è quando un chirurgo in camera operatoria fa una battutaccia su una doppia amputazione: «Un po’ di umorismo da forca - spiega - ci serve per mantenere la salute mentale».