Alla fiction il genio piace solitario

Da House a Ally McBeal: medici, avvocati, investigatori risolvono casi
disperati o impossibili. Ma per essere "numeri uno" pagano tutti un
prezzo salato: la loro vita privata è un disastro

Alla fine il significato si sposta, si allarga, prende la forma che serve. Quando qualcosa funziona diventa inevitabilmente uno slogan, che va anche lontano dal suo senso originario. In barba a ciò per cui è nato, a chilometri di distanza da ciò da cui è partito. Mentre Paolo Giordano resiste strenuamente nelle classifiche letterarie e Saverio Costanzo sbanca il box office (alla faccia del Leone d’oro mancato), il titolo che li accomuna, La solitudine dei numeri primi , viene appiccicato a tutto ciò che serve, riletto in ogni modo. La solitudine dei numeri primi appartiene ormai a ciascuno di noi. E ognuno di noi lo usa come gli pare. La prima, più logica interpretazione di questo titolo, è perfetta per una considerazione che, partita dalla letteratura e finita al cinema, coinvolge anche la tv. Chi sono i numeri primi del piccolo schermo? I fenomeni delle serie televisive di ogni tempo e genere? Quella Signora in giallo, quel Dr. House, quel Poirot, quella Miss Marple… che per puntate e puntate hanno tenuto inchiodati i telespettatori al loro infallibile ingegno. Al loro inossidabile talento, alla loro concentrazione puntuale e priva di distrazioni. E cos’è la loro solitudine? La solitudine in senso tecnico. La seconda lettura, che è poi forse la prima, del titolo di Giordano, ci getta in un inquietante quesito: che per essere «primi», tocchi davvero essere soli? Un po’ come la talentuoso, irrequieta, intelligentissima e potenzialmente romantica Jane Austen (per tornare alla letteratura), o come Emily Dickinson, talmente intramontabile da ispirare ancora, generazioni dopo, i Simon & Garfunkel, che le hanno dedicato la canzone The dangling conversation. Oggi che invece «i numeri primi» passano dalla tv…

L’investigatore più famoso del mondo, colato dal pregnante inchiostro di Agatha Christie, quel raffinato belga elegantemente cicciottello, che sa godersi la vita in qualsiasi forma essa si manifesti, che sia un uovo alla coque, un omicidio complicato, un sublime oggetto di arte decò, si invaghisce una sola volta nel corso di tutta la serie. A far tremare i baffi dell’imperturbabile è una distinta signora che gli regalerà una spilla a forma di cornucopia da appuntare al bavero delle sue impeccabili giacche su misura. Ma con la fascinosa signora, Ercule, non intesserà mai nulla di realmente concreto. Miss Marple, la geniale vecchietta che si aggira per la campagna inglese sorbendo tè, intrecciando maglioni di lana ai ferri e risolvendo delitti, ha amato qualcuno, una volta, tantissimo tempo fa: un uomo sposato che in una puntata lei saluta alla stazione del treno durante un breve flashback. Lui è in uniforme, è combattuto tra due amori e parte per il fronte senza mai fare ritorno. Jane, Jane Marple, non lo sostituirà mai con nessuno. Si limiterà, in qualche circostanza, a ricordarlo con occhi sognanti attraverso una fotografia sbiadita segretamente conservata sotto i fazzoletti di pizzo. La Signora in giallo, Jessica Fletcher, ha amici in tutta America. Balza sugli aerei come noi balzeremmo da un autobus a un altro, fa visita a miriadi di persone che, inevitabilmente, e a vario titolo, si trovano coinvolte in qualche misterioso omicidio e trova spunti per i suoi libri gialli anche quando se ne rimane buona, ma non sfaccendata, a Cabot Cove, cucinando torte di mele per l’amico medico o per l’amico sceriffo. Jessica è vedova del suo adorato e insostituibile Frank. Felice consorte un tempo, piena di amici oggi, ma, sostanzialmente, «sola». Come il Dottor House, che coltiva la solitudine facendo la punta al suo cinismo, innaffiando la sua scontrosità, evidenziando, come sotto a un’insegna al neon, il suo pessimo carattere. Per carità, non che sia ascetico, nelle prime puntate della nuova serie ha un flirt con la direttrice dell’ospedale, Lisa Cuddy, ma resta un flirt. Tiepidamente lambito dal ricordo di storie passate, il geniale camice bianco si tiene distante da nuovi coinvolgimenti sentimentali con una certa patologica ostinazione. Vive sostanzialmente nel suo studio, lascia trascorrere la vigilia di Natale dietro a un caso disperato attorniato dal suo staff perennemente incerto sull’ipotesi di adorarlo o di detestarlo. L’esile Calista Flockhart, nei panni dell’avvocato Ally McBeal, un compagno lo vorrebbe disperatamente, sta di fatto che, tra un’arringa, un faldone e molti aperitivi nel fashion bar sotto allo studio legale, quello giusto non riesce proprio a trovarlo. Come la maggior parte dei suoi colleghi della serie Boston Legal. Aitanti, brillanti, milionari, ma soli. Non è un caso se James Spader, in arte Alan Shore, si trova quasi ogni notte, sul lussuosissimo terrazzo del suo strampalato capo (William Shatner, in arte Denny Crane) con in mano il malinconico bicchiere della staffa e il sigaro «incendia-bilanci». Restano sempre e solo loro due a congedare la giornata, a programmarne un’altra emotivamente priva di costrutto, a riempire le solitudini, a cercare di far quadrare i vuoti. A riempire i vuoti di Lilly Rush, la bionda investigatrice che «riscoperchia» i Cold Case, c’è invece un gatto acciaccato. L’ultima volta che lei ha amato era subito dopo il liceo. Era scappata da casa per sposarsi con quel lampo adolescenziale del quale oggi le resta una foto sul comodino. La faccia di lui non si vede nemmeno, ci sono solo una sagoma a cavallo di una motocicletta e due occhi «dimissionari» che spuntano dalla visiera di un casco nero. Dorme sonni freddi Lilly, come Magnum P.I., come gli Angeli di Charlie, come l’Orlando di Csi Miami, come la maggior parte dei nostri «eroi» da tv… come tutti quelli che si mettono al servizio degli altri, rinunciando agli altri. Come tutti quelli che si tuffano nel prossimo perché hanno scelto di non essere il prossimo di nessuno. Che per essere dei numeri primi, si debba davvero essere soli?