La fiction «Karol» più storia medica che del pontificato

Ci sono state le sfide su Padre Pio e Papa Giovanni, non poteva mancare quella su Giovanni Paolo II «il grande». Così, nel giro di pochi mesi, sui teleschermi degli italiani sono passate due fiction dedicate alla figura di Karol Wojtyla, il Pontefice scomparso poco più di un anno fa. Dopo quella della Rai, prodotta dalla Lux Vide, che in due puntate ha sintetizzato tutta la vita e il pontificato di Karol, interpretato da John Voight, questa settimana è stata la volta di Mediaset, che ha trasmesso due puntate dedicate al solo pontificato, dopo che nella primavera 2005 ne aveva dedicate altrettante alla periodo polacco. Bravo il giovane attore protagonista Piotr Adamczyk, che grazie all’ottimo trucco nelle scene finali della malattia assomiglia talvolta in modo impressionante al vero Wojtyla; abbastanza fedele alla realtà la sceneggiatura, con poche lievi sviste (il cardinale Casaroli che resta in carica più del dovuto; l’annuncio dell’incontro di Assisi del gennaio 2002, voluto da Giovanni Paolo II dopo l’attacco dell’11 settembre precedente, posticipato di oltre un anno per collegarlo alla guerra in Irak; monsignor Stanislao vestito da vescovo in un viaggio in Africa collocato temporalmente nel 1993, con cinque anni d’anticipo).
Ancora una volta, però, come già era accaduto per l’altra fiction dedicata al Pontefice polacco, la volontà o la necessità di riassumere in poco tempo quasi ventisette anni di papato che hanno cambiato il volto della Chiesa, ha fatto sì che il «collage» di scene, il susseguirsi di episodi slegati tra di loro, prevalesse rispetto al racconto di una storia. Certo, non era facile fare una scelta, decidere di seguire un percorso, selezionare una traccia precisa e svilupparla come si fa per costruire un film avvincente, ma le immagini del Papa del film non possono non essere paragonate dal pubblico a quelle originali, così ben documentate e conosciute. Insomma, il vero Wojtyla che dice «spalancate le porte a Cristo», che grida la sua invettiva contro la mafia dalla Valle dei Templi di Agrigento, che si scaglia contro la guerra in Irak nel marzo 2003 è ancora troppo presente nella memoria di tutti e il suo pur bravo interprete non riesce a rendere realistici quei momenti. La parte più «inedita» della fiction prodotta dalla Taodue rimane dunque quella più intima, quella della nascosta vita di ogni giorno. Anche in questo caso, però, lo sbilanciamento è stato consistente: il film, soprattutto nella seconda puntata, si è trasformato nella minuziosa ricostruzione delle malattie e degli acciacchi di Giovanni Paolo II. Non è un caso che il vero coprotagonista del film, più ancora del segretario don Stanislao, dei cardinali Casaroli e Sodano (o di Ratzinger, mai menzionato nel corso delle puntate), sia stato l’ottimo Michele Placido, alias il dottor Renato Buzzonetti, il medico personale del Papa, che nonostante trascorrano più di cinque lustri non invecchia mai ed è onniprensente. Karol, un Papa rimasto uomo, è sembrato dunque presentarci la storia medica di Wojtyla più che la storia del pontificato.
Insopportabili, infine, gli stacchi pubblicitari improvvisi, senza la pausa di un fotogramma con la scritta «continua», come invece era avvenuto per la fiction Rai: si è così passati, con tagli sorprendenti, dal Wojtyla solitario inginocchiato in preghiera al chiacchiericcio di Del Piero e della Chiabotto, con tanto di passero annesso, in totale assenza di un seppur breve preavviso.