La fiction Unabomber

Forse eravamo ubriachi, o forse sarà l’arteriosclerosi che galoppa: ma ieri sera al Tg5 ci è parso di vedere e di sentire un signore che di mestiere fa il procuratore generale a Venezia, Ennio Fortuna, mentre diceva - parola più parola meno, ma il succo era quello - che ormai il cerchio si è chiuso, e non ci sono più molti dubbi sull’identità del famigerato Unabomber. Per chi non sapesse o non ricordasse, questo Unabomber è un mentecatto - oppure un criminale, oppure ancora tutte e due le cose insieme - che da tredici anni semina terrore e sangue in tutto il Nordest collocando nei posti più impensati piccoli ma micidiali ordigni esplosivi. Ebbene, il magistrato ha fatto intendere chiaramente che il terrorista in questione è Elvo Zornitta, l’ingegnere di Azzano Decimo (Pordenone) che da tempo è praticamente l’unico indiziato, e che da sempre si dice innocente.
Ora, può benissimo essere che Zornitta e Unabomber siano la stessa persona, per carità. Ma noi abbiamo avuto il dubbio di essere ubriachi, e di aver capito male, perché ci è venuta spontanea una domanda: ma se davvero abbiamo sentito bene, se davvero il procuratore ha detto di sapere chi è il colpevole, perché non lo arresta? I reati sono gravissimi, c’è la possibilità che li ripeta, c’è anche quella di una fuga. Dunque...
Ma no che non avevamo bevuto. È tutto, ahimè, grottescamente vero. Un’inchiesta su fatti così drammatici viene condotta, invece che nelle aule di giustizia, sui giornali e in tv; e accusa e difesa, anziché cercare di stabilire la verità a colpi di prove, cercano di convincere gli italiani a colpi di dichiarazioni, come se fossimo in un talk show.
Da giorni e giorni i magistrati fanno sapere attraverso i giornalisti di avere l’asso nella manica: una perizia avrebbe stabilito che un paio di forbici di Zornitta sono sicuramente quelle usate da Unabomber per tagliare un lamierino usato poi per confezionare un ordigno. Antonio Di Pietro (il quale avrà tanti difetti, ma almeno come poliziotto aveva dato prova di saperci fare) s’è detto esterrefatto, come esterrefatti siamo noi e, crediamo, milioni di italiani. «Ma allora perché non lo arrestano?», si è chiesto Di Pietro. Il quale poi ha aggiunto che quella perizia, da sola, non può bastare a stabilire la colpevolezza di Zornitta.
A riprova che stiamo assistendo più a un talk show che a un’inchiesta giudiziaria, ieri ben due magistrati hanno risposto a Di Pietro. Lo stesso procuratore generale Fortuna ha assicurato: «Abbiamo molto di più delle forbici... Ci sono molte altre cose». E Nicola Maria Pace, procuratore della Dda di Trieste, ha aggiunto: «Abbiamo elementi formidabili e la perizia è solo uno di questi. Non faccio pronostici, ma sono molto ottimista».
Ora, i casi sono due.
O gli indizi contro Zornitta sono davvero convincenti, e allora è (appunto) incomprensibile che non si sia ancora proceduto a un arresto.
Oppure non lo sono, e allora è gravissimo che un uomo venga esposto a un simile linciaggio mediatico.
In ogni caso, siamo di fronte a una palese violazione del segreto istruttorio, o quanto meno di una riservatezza che basterebbe il buon senso a suggerire. Quale che sia la verità su Zornitta, non vi sembrano incaute certe dichiarazioni di alcuni magistrati?
Eppure sono passati solo pochi giorni dall’epilogo della strage di Erba. Ricordate? Il primo giorno molti giornali indicarono nel capofamiglia tunisino il più che probabile colpevole. Lo fecero perché imbeccati dalle dichiarazioni degli inquirenti. Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera Pierluigi Battista ha scritto che quegli stessi inquirenti di Erba dovrebbero ora chiedere pubblicamente scusa alla vittima di un simile equivoco. Ma di scuse non abbiamo notizia; al contrario, vediamo altri magistrati commettere lo stesso errore.
Può darsi che questa volta l’epilogo sarà diverso, e che l’uomo indicato come colpevole risulti davvero tale. Può darsi. Ma se il procuratore della Dda di Trieste ha detto di non voler fare pronostici, noi uno ci sentiamo di farlo. Ed è questo: se l’ingegner Zornitta risulterà innocente, della gogna mediatica che egli ha subìto saremo chiamati a rispondere noi giornalisti. Non i magistrati che hanno parlato di prove formidabili.