La fidanzata: «Gli avevo detto se vai a Nassirya io ti lascio»

Il dolore tra gli amici e i colleghi di De Trizio, il maresciallo del radiomobile morto ieri in Irak: «Coi soldi della missione voleva comprarsi casa»

Alessia Marani

Cristina se lo sentiva. Che Carlo, il suo fidanzato maresciallo capo dell’Arma qui a Roma, partisse per la seconda volta in missione a Nassiriya, non ne voleva proprio sapere: «Se vai, guarda che ti lascio», gli aveva detto. Poi però Carlo, «Carletto» come lo chiamavano gli amici, l’aveva rassicurata: «La situazione è tranquilla, sotto controllo. Non ti devi preoccupare. Eppoi coi soldi che riuscirò a guadagnare potrò finalmente comprare una bella casa, accendere un mutuo. Vedrai, andrà tutto bene». Carlo De Trizio, classe 1969, originario di Bisceglie in provincia di Bari, era arrivato nella Capitale sedici anni fa. «Quella divisa - ricorda Fabio, collega del reparto motociclisti - ce l’aveva cucita addosso. Non voleva fare altro nella vita. A Roma siamo arrivati assieme. È sempre stato inappuntabile. Scrupoloso e riservato, ma sempre in prima linea. Era un operativo a tutti gli effetti». Carlo, un bel ragazzo biondo con gli occhi chiari e i lineamenti delicati, una passione per le moto (aveva un Enduro sulla quale «fuggiva» appena poteva), per qualche anno era stato in servizio alla stazione di piazza Farnese, quindi nel ’99 il trasferimento al nucleo radiomobile di stanza al Torrino, in via dell’Oceano Indiano. La caserma da ieri mattina è listata a lutto, la bandiera italiana a mezz’asta, i colleghi increduli e sotto choc, visitati anche dal cappellano militare, Don Gabriele. «È il nostro lavoro, il rischio lo mettiamo in conto - dice uno dei commilitoni, finito il turno, gli occhi lucidi per le lacrime - ma pensare che Carletto non torni più qui con noi è un dolore che brucia fortissimo». A Carlo Antonio, amico fraterno, proprietario del ristorante napoletano «O’ pazzariello» in via del Banco di Santo Spirito, aveva telefonato il giorno di Pasqua. «Era partito per l’Iraq da una settimana - racconta Carlo Antonio -. Ci teneva da matti a farmi gli auguri. Carletto era un ragazzo d’oro sul serio. Mangiava spesso qui con me, se non chiudevo troppo tardi o nel giorno di riposo uscivamo insieme. Cristina lo raggiungeva puntuale tutti i fine settimana, erano molto affiatati. Ultimamente m’aveva portato il modellino di un elicottero dei carabinieri. Ora è tutto ciò che mi resterà di lui». Proprio ieri mattina Carlo Antonio era stato al mercato di Porta Portese per comprare un telone col quale coprire la Mg di Carletto parcheggiata in caserma. «Me l’aveva chiesto lui. Dopo averlo acquistato - dice - ho telefonato a Donato, un altro carabiniere e amico, per dirgli che gliel’avrei portato di lì a poco giù al Torrino. Invece ho ricevuto la brutta notizia». In missione De Trizio doveva restare sei mesi. Voveleva comprare casa proprio sopra «O’ pazzariello». Aveva detto all’amico di informarsi su un appartamento libero. «Ma con questi prezzi - ricorda il ristoratore - sai quanti viaggi, gli dicevo io». A Nassiriya, era già stato fra la fine del 2004 e l’inizio del 2005. La prima volta era partito spontaneamente, l’ultima rispondendo a una chiamata della Msu, l’Unità Multinazionale Specializzata in Iraq, alla ricerca di sottufficiali in grado di parlare la lingua araba. E l’arabo Carlo aveva cominciato a studiarlo all’ufficio Lingue Estere del Comando Generale dell’Arma, seguendo contemporaneamente i corsi di Giurisprudenza, facoltà in cui intendeva laurearsi. Una passione per l’alfabeto della Mezzaluna condivisa con Cristina, avvocato di Messina, conosciuta proprio sui libri. Era andato persino in Tunisia per specializzarsi.
A Bisceglie la mamma Elisabetta non ha retto al dolore. Si è sentita male, è rimasta chiusa in casa circondata dagli affetti più cari. Ai genitori - il papà Nicola è direttore dell’ufficio postale di Corato, una frazione di Bisceglie - e al fratello più grande, Gianni, imprenditore, aveva telefonato il 19 aprile facendo gli auguri alla nipotina che festeggiava 7 anni. Sotto la loro casa di via Milano, da ieri mattina, staziona una folla di gente dimostrando affetto e solidarietà alla famiglia toccata dal lutto. Al Torrino un mazzo di fiori lasciato all’ingresso della caserma ricorda l’eroe che non c’è più.