Il fidanzato fuori di sé: «Islamici, io vi uccido»

Voleva farsi giustizia da sé, e saputo che l’assassino di Hina si è consegnato, ha assalito un ignaro passante straniero

«Pachistani venite qui, se avete coraggio. Avete avuto solo il coraggio di ammazzarla. Ma neanche un cane si ammazza così. Li hanno presi? Allora adesso la voglio fare io giustizia. Lasciateli nelle mie mani». Non è una scena particolarmente edificante quella cui assiste un gruppetto di cronisti, in via Milano, nel cuore di Brescia. A urlare così , parole di fuoco, all’indirizzo di alcuni ignari e innocenti immigrati che transitano per strada, è Giuseppe Tempini, trent’anni, carpentiere, il fidanzato di Hina Saleem, disperato per aver essersi visto sgozzare la ventenne fidanzata, uccisa, pare dopo un consiglio di famiglia, e sepolta nel giardino della casa di Sarezzo in Val Trompia, dove, fino a poco tempo prima, abitava con i genitori e i fratelli. L’uomo, fa la spola come un leone in gabbia, tra il bar in cui era solito recarsi in compagnia di Hina per una birra, la sera al termine del lavoro, e la pizzeria «Antica India», dove la giovane pachistana lavorava. Si erano conosciuti in un periodo in cui si erano trovati ad abitare nello stesso palazzo a Pisogne, sul lago d’Iseo.
Ci sono gli amici di sempre attorno a Beppe. Che cercano di confortarlo e tenerlo al riparo da una telecamera che tenta di riprendere il suo ennesimo crollo di nervi. È lui che aveva dato l’allarme, quattro giorni fa, quando non riusciva più a rintracciare la sua Hina, è lui che ha riconosciuto il corpo della ragazza, orribilmente martoriato . «Hanno ucciso la mia bambolina, era bella. Come era bella. E adesso che cosa faccio io? Che cosa mi rimane?». Una frase che Beppe, un divorzio (da una donna che gli ha dato una figlia tre anni fa) e una separazione alle spalle, ripete come fosse una straziante cantilena da tre giorni e tre notti a chi lo avvicina. L’hanno messo prudentemente sotto scorta, i carabinieri in questi giorni, perché non facesse sciocchezze e perché, nel contempo, evitasse di divenire un bersaglio mobile per un’ulteriore vendetta islamica.
Ma ora, nulla conta più per lui, nemmeno la prudenza. Così esce allo scoperto e urla la sua rabbia. «Andate via pachistani, andatevene tutti». Frasi smozzicate, che suonano solo come un disperato sfogo di impotenza per qualcosa di troppo assurdo da accettare.\