Un Fidel Castro redivivo riappare in tv dopo tre mesi

Nel filmato, girato lunedì, il dittatore cubano ha accanto a sé il presidente venezuelano Chavez

da Washington

Questa volta non sembrano esserci dubbi: Castro sta meglio. Tutto il mondo ha potuto vederlo in un video trasmesso dalla tv (girato lunedì) mentre chiacchiera, abbastanza a lungo e con voce non troppo fragile, con il collega ed emulo Hugo Chavez, che ormai è di casa all’Avana e ci passa un giorno alla settimana. Anch’egli lo ha trovato bene al punto che, quando il dittatore in sandali gli si è fatto incontro nella stanza della clinica, lo ha salutato con un vigoroso «ecco qui Cesare», seguito da un vigoroso abbraccio che, ha commentato il presidente venezuelano, «non è mio, ma di milioni di persone. Un sentimento di milioni di persone che ti ammirano, ti vogliamo bene e abbiamo bisogno di te per seguirti passo a passo». Si tratta della prima apparizione in video sei mesi dopo l’intervento chirurgico. Il 28 ottobre scorso era stato fotografato in ospedale. Accanto a lui, anche allora, Chavez.
Il fisico di Fidel è quello che è, ancora fragile, ma, tre mesi dopo, il suo aspetto è decisamente migliore. Lo conferma indirettamente, del resto, anche «radio esuli», annunciando la decisione dei maggiorenti della comunità dei cubani di Miami di non festeggiare pubblicamente la sua morte. Un gesto di buongusto soprattutto, come pare, se il decesso è rimandato. Inoltre Castro ha parlato di politica col visitatore e si concesso perfino il lusso di spendere del fiato intrattenendosi sui problemi dell’ecologia, collegando la salute del mondo con la propria. Anche a Cuba le chiacchiere del giorno stanno cambiando argomento. Si torna, ad esempio, a parlare di politica e secondo alcuni osservatori si delinea qualcosa di simile a un timido «disgelo». Il «reggente» Raul Castro ha perfino ammesso che il regime ha compiuto qualche errore e ha promesso di riparare. Piccole cose, rimborsi, il permesso a una riunione di scrittori e artisti per discutere le «purghe culturali» degli anni Settanta, ma il «fratellino» (ha 75 anni contro gli 80 di Fidel) è considerato una specie di stalinista e dunque se sorride lui qualcuno tira il fiato. Qualche cauto ottimismo su Cuba, dunque; ma tutto è relativo. Soprattutto perché notizie e voci inquietanti si moltiplicano dal resto dell’America Latina che negli ultimi anni ha rinverdito i miti della rivoluzione castrista, ribattezzata come «bolivariana». Caracas ha compiuto un passo di più verso la dittatura plebiscitaria. Ieri il Parlamento ha votato all’unanimità i pieni poteri richiesti da Chavez. Va ricordato che l’opposizione ha boicottato le elezioni legislative, e pertanto tutti i deputati sono del partito di Chavez.
A Quito la «piazza» continua invece a tumultuare 48 ore dopo aver preso d’assalto il Parlamento, che in Ecuador ha la maggioranza di oppositori del presidente Rafael Correa. I deputati chiedono la protezione della polizia. E fra Perù e Bolivia è scoppiata una polemica dai risvolti allarmanti. Uno stretto collaboratore del presidente di La Paz, Evo Morales, è stato accusato di appartenere a una organizzazione terrorista. Si chiama Walter Chavez, dirige le relazioni pubbliche del presidente, ed è un peruviano ricercato nel suo Paese per le passate attività nel Movimiento Revolucionario Tupac Amaru, sigla Mrta, più noto da noi come Tupamaro. L’interessato nega, però ha riconosciuto di essere stato arrestato in Perù nel 1990 sotto questa accusa, ma rimesso in libertà dopo due settimane «per mancanza di prove». Chavez ha definito le nuove accuse «una campagna di diffamazione contro il presidente Morales, che è un grande statista». Oltre che un fedele seguace dell’altro Chavez, l’erede di Castro.