Fidenza vieta il fumo ovunque ma parliamo solo di New York

TIPICO È il nostro solito vizio: a furia di guardare gli altri, non vediamo ciò che ci sta sotto il naso

Diceva Alberto Sordi: uots-ameriga. La verità è che siamo tutti un po’ albertoni. Affacciati dal ballatoio di casa, osserviamo quello che avviene oltre il nostro cortile e perennemente ci incantiamo. Passano le epoche, le mode e le culture, ma questa nostra abitudine permane ineffabile: può cambiare il mondo, ma come cambia oltre Chiasso è tutto un altro cambiamento.
Ogni giorno, generosamente, lasciamo il nostro obolo al provincialismo coatto e servile. Le meraviglie d’importazione sono servite di mattina presto, con il pane fresco. Cominciano i giornali, seguono radio e televisioni. Il resto è rito nazionale. Per gli States una sudditanza da zerbini. Sentito, in America? E in questa grande America c’è poi quell’America particolarissima e strepitosissima chiamata New York, meglio nota nello slang de noantri come Grande Mela. Se un tizio qualunque si alza la mattina per portare il cane a Central Park, ancora rintronato al punto da vestire il cappotto sopra i pantaloni del pigiama, pochi giorni dopo i settori Costume&Società d’Italia sparano certissimamente una cosa così: «Grande Mela, com’è trendy tenersi il pigiama sotto la giacca». Sommario: «Tra creativi e artisti di New York impazza la nuova moda minimalista eccetera, eccetera, eccetera». C’è pure la chiave di lettura sociologica: «L’America del business si riscopre intimista?».
La colpa non è degli americani. Gli americani, popolo semplice e spontaneo, fanno semplicemente e spontaneamente il loro mestiere d’americani. Siamo noi a guardare con gli occhi fuori dalle orbite e a costruirci sopra tutto l’armamentario esterofilo, processo che però alla fine ci rende sempre immancabilmente un po’ patetici. La letteratura americana, la musica americana, il cinema americano, la televisione americana. Siamo tutti un po’ albertoni, ma da un punto di vista amatoriale siamo anche tutti un po’ veltroni.
L’altro giorno abbiamo scoperto con grande sorpresa che a New York, e dove se no, interi grattacieli hanno bandito le sigarette pure dentro casa. L’ondata salutista, s’è letto e sentito, non risparmia nemmeno la vita domestica: gli inquilini non vogliono respirare il fumo passivo di chi abita vicino. Hai sentito, in America? Diavolo, gli americani.
Ma se non indugiassimo con tanta devozione oltre il nostro ballatoio, qualche volta potremmo persino accorgerci di noi. Nel ramo fumo-salutismo, per restare all’ultimo tema, non siamo secondi a nessuno. Proprio mentre contempliamo quest’ultima scoperta dell’America, nella tranquilla cittadina di Fidenza il sindaco vieta di fumare persino in alcune vie a ridosso del centro, all’aria aperta. Non solo: fanno già storia i divieti istituiti, tra tante polemiche, nei parchi giochi di diverse città italiane (Napoli, Bolzano, Verona), dove si vogliono proteggere mamme e bambini dal fumo passivo. Inutile star qui a pesare con la bilancia il rilievo dato alle notizie: per il divieto in quattro palazzi di New York toni da fenomeno epocale, per il sindaco di Fidenza due righe in fondo a destra, se ci stanno.
Il vizio è antichissimo, lo conosciamo benissimo, ma proprio non ce la facciamo a superarlo. Dico del provincialismo, non del fumo. Una cosa veramente difficile da comprendere, da spiegare ai bambini, resta perché mai i quotidiani stranieri siano sempre citati con l’aggettivo «autorevole». «L’autorevole Le Monde», «L’autorevole Guardian», «L’autorevole País». E dire che il 99 per cento dei servizi pubblicati dagli autorevoli sul conto dell’Italia è una mattiniera e pedante ricicciatura, ad opera di solerti corrispondenti, di quanto scrivono i giornali nostri. Mi viene in mente un caso magnifico: sulla tragedia Pantani gli italiani hanno scritto mille libri, ma nessuno ha avuto lo stesso rilievo e la stessa cerimoniosa ammirazione toccate a quello scritto da un francese. Niente, battaglia persa. Basta vedere gli ospiti di tanti talk-show impegnati: li collegano da mezzo mondo, li presentano e li applaudono come guru, per sentirli dire banalità che Alba Parietti sicuramente non avrebbe nemmeno il coraggio di pensare.
I nostri formaggi sono tantissimi, buonissimi, curatissimi: i francesi ne hanno quattro, il Brie più tre rivisitazioni del Brie, e diventano i maestri del formaggio. La musica del presente e del passato: Lucio Battisti è infinitamente più bravo di Aznavour, ma Aznavour è Aznavour e non so se mi spiego. Siamo la culla secolare dell’arte e della filosofia, del design e dell’architettura, ma se dobbiamo alzare un mezzo ponte a Venezia o a Reggio Emilia non ci sembra geniale se non è di Calatrava (chiedo: se fosse di Fidenza, quanti ponti avrebbe costruito Calatrava in Italia?).
Eravamo l’Italia dei comuni, siamo l’Italia della provincia. Questa la verità. A forza di guardare lontano, non vediamo più ciò che è vicino. Quali le ragioni, difficile dire. Forse è un semplice difetto di autostima. Forse è un più radicato complesso di inferiorità. Ma il dubbio tremendo è che forse fissiamo lo sguardo altrove solo per evitare di doverci guardare allo specchio.