La fiducia passa, 320 sì E Bossi fa il garante: «Il governo non rischia»

SCIVOLONE La tensione però resta alta. Dopo l’ok, l’esecutivo va sotto 6 volte: troppi assenti

RomaSospetti, timori, incertezze. Macché. Dal voto di fiducia alla Camera sul decreto Ronchi governo e maggioranza escono bene: 320 voti a favore e 270 contro. Anche se, una volta verificata la compattezza dell’esecutivo in un momento di grandi fibrillazioni interne, l’aula si svuota e l’esecutivo riesce ad essere battuto per 6 volte sugli ordini del giorno.
Nei 18 mesi di legislatura il massimo di consensi registrato dal governo è stato 327 e in questa ventiseiesima fiducia non si è arrivati lontani da quella quota: un risultato che non si raggiungeva da tempo a Montecitorio.
C’è anche Silvio Berlusconi nel Palazzo: ha allontanato lo spettro di elezioni anticipate e il suo alleato più fedele, Umberto Bossi, dispensa parole gonfie di ottimismo.
Ha superato la preoccupazione per un ritorno alle urne che allontanerebbe riforme fondamentali per la Lega, come il federalismo fiscale e, prima del voto, assicura che il Carroccio voterà la fiducia, malgrado le sue riserve sulle norme per la liberalizzazione dell’acqua. «Non si può - dice il ministro delle Riforme - far saltare il governo per una legge. Non si muore per una legge, quella si può cambiare. Si muore se cade il governo».
Martedì, dopo le allarmanti parole del presidente del Senato Renato Schifani, Bossi ha telefonato al premier per sincerarsi del livello di pericolo raggiunto dalle tensioni con Gianfranco Fini. È stato tranquillizzato, tanto che ora in Transatlantico, è disponibile a tutte le domande dei giornalisti, quasi avesse la missione di placare le ansie dei mass media. «Il governo non rischia e noi non rischiamo», insiste.
Racconta della chiacchierata con il presidente del Consiglio, sfoggia sicurezza nel futuro del centrodestra, si mostra conciliante sulle candidature regionali, ma lancia strali a Fini e ai suoi su immigrazione e caso Cosentino.
«Ieri - dice Bossi- ho sentito al telefono Berlusconi ma non c’è bisogno che io gli dica cosa deve fare. Il presidente è tutt’altro che scemo, sa bene cosa deve fare».
Non nega gli attriti del premier e suoi con l’ex leader di An, ma si dice certo che «tutto andrà a posto», perché «Berlusconi e Fini si siederanno uno di fronte all’altro e troveranno le soluzioni». Un po’ come auspicio, un po’ come previsione, insiste: «Prevarrà il buonsenso, bisogna ritrovare il buonsenso».
Ai cronisti che gli chiedono quando si arriverà a un’intesa sulle elezioni regionali, il ministro spiega: «Troveremo il tempo per chiudere. Io sono uno bravo a trattare». Il Carroccio vuole i governatori di Veneto e Piemonte, come finirà? «Sono uno che tratta e ragiona», ripete tranquillizzante Bossi.
I toni cambiano quando si parla dell’iniziativa parlamentare bipartisan dei settori finiani del Pdl con Pd e Udc, a favore della nuova legge sulla cittadinanza degli immigrati. «Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c’è lavoro nemmeno per noi».
Sempre i finiani sembrano disponibili a votare le mozioni di sfiducia di Idv e Pd contro il sottosegretario all’Economia, accusato dai pm napoletani di collusioni con la camorra e Bossi dà una stoccata a Italo Bocchino: «C’è chi dice che Cosentino si deve dimettere, ma quando toccava a chi ora dice questo non lo ha fatto. No a un garantismo a fasi alterne».