Fiennes, un diplomatico antitruffa farmaceutica

Nel thriller l’accusa sul giro d’affari che sfrutta milioni di africani come cavie per le medicine sperimentali

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

Quando Fernando Meirelles e Simon Channing-Williams, rispettivamente regista e produttore di The Constant Gardener, andarono in Kenya per un primo sopralluogo e chiesero l'aiuto dell'Alto Commissariato britannico di stanza a Nairobi, l'istituzione diplomatica che nel romanzo da cui il film è tratto è dipinta come un concentrato di cinismo, intrallazzi, immoralità sessuale, si sentirono rispondere dal funzionario incaricato del problema: «Ma fra i tanti libri che il signor Le Carré ha scritto, perché avete scelto il meno bello?». Nella risposta c'è un po' l'essenza di quella professione, il sottile confine fra verità e dissimulazione, fra opinioni dirette e giudizi velati. I due comunque ebbero tutto l'appoggio necessario, ulteriore dimostrazione dell'intelligenza politica di chi sa che a una possibile cattiva pubblicità non si risponde con l'ostracismo, ma con la superiorità, la liberalità e la consapevolezza di ciò che si è al di là delle critiche e delle interpretazioni di parte.
Nel romanzo il consigliere diplomatico Justin Quayle scopre che dietro l'assassinio della giovane moglie Tessa, un'impulsiva e appassionata sostenitrice dell'impegno civile nel Terzo mondo, si nasconde un intrigo affaristico-politico. C'è una multinazionale che testa sulle popolazioni africane, quella del Kenya in primo luogo, medicinali di cui ancora non si conoscono gli effetti collaterali, e lo fa grazie a connivenze che le garantiscono l'appoggio di governi europei, britannico in questo caso, e l'acquiescenza delle autorità locali. In pratica, gli africani fanno da cavia alle medicine che dovrebbero curarli. Muoiono perché attendere l'iter scientifico del farmaco che potrebbe salvarli costerebbe troppo. E perché, come dice uno dei superiori di Quayle alle sue proteste, «tanto morirebbero lo stesso».
«Le Carré ha scritto un bellissimo thriller - dice Fernando Meirelles - e questo aspetto del business farmaceutico, del giro di miliardi che produce, della corruzione che grazie ad esso si ottiene, è una delle chiavi sia del romanzo sia del film. Durante il montaggio però mi sono accorto che il sottolineare eccessivamente questo aspetto andava a discapito dell'altro elemento clou, ovvero la bellissima storia di amore e di sentimenti fra due persone tra loro diverse, che si amano e si proteggono, o almeno cercano di proteggersi, vicendevolmente. Così ho snellito quella parte e ho dato una maggiore omogeneità all'insieme». Equilibrio fra amore, spionaggio, impegno e denuncia sociale che ha strappato l'applauso della critica e l'entusiasmo del pubblico alla prima.
Girato spesso con la camera a mano, come una sorta di documentario in diretta, il film dà un'immagine colorata e drammatica dell'Africa quale da molti anni non si vedeva, il rosso e il marrone della terra e del deserto, i neri, gli ocra, i verdi, i blu dei vestiti, delle capanne, delle bidonvilles, delle feste e della gente. «Chiunque vada in Africa - dice Ralph Fiennes - si accorge che lì è in atto una tragedia di cui non si vede la soluzione e a cui però non si può rimanere indifferenti. Il mio Quayle è un diplomatico abituato alla razionalità e a quella dose di distacco necessaria per non lasciarsi travolgere dalle emozioni. Ed è proprio l'esatto opposto rappresentato da Tessa, la moglie, a fargli capire che anche l'occuparsi di una sola vita, anche cercare di salvare un singolo caso, può essere una forma di aiuto e di riscatto».
Il titolo originale del film perde un po' nella traduzione letterale, Il giardiniere tenace. «Justin non è solo tenace - spiega Rachel Weisz, perfetta nel suo ruolo di pasionaria - è gentile, è ostinato, è fedele, tutti aggettivi che in quel primo si annidano. Ed è questo suo modo di essere che spiega perché Tessa si innamori di lui e, per non metterlo in pericolo, gli nasconda ciò che sta facendo. E perché lui, nell'indagine che intraprenderà rischiando la sua vita, tenti di ridare alla mia immagine la dignità che era stata alla base del nostro vivere insieme».