Da una fiera all’altra, perché no?

Gent.mo Dott. Lussana, mi permetto nuovamente disturbarla per sottoporre alla Sua attenzione una nuova iniziativa culturale. In concomitanza con l'apertura della 46ª edizione del Salone Nautico internazionale, e ricollegandomi al dibattito che aveva accompagnato negli ultimi tempi la riqualificazione funzionale e architettonica del tratto terminale di Via Brigate Partigiane con le relative ipotesi progettuali (ultima, in ordine di tempo, quella dell'architetto Bona) pubblicate nei vari giornali cittadini, desidero portare alla Sua conoscenza una mia ipotesi progettuale - formulata in termini di provocazione intellettuale - nell'auspicio di stimolare un dibattito culturale capace di coinvolgere - come riesce a fare sempre efficacemente il Suo «Giornale» - le opinioni dei cittadini genovesi.
Come certo ricorderà, l'avvio dei lavori per il rifacimento del fondo stradale di Viale Brigate Partigiane ha avviato contestualmente una discussione sulla futura destinazione d'uso dell'ex-ristorante S. Pietro alla Foce, oggi parzialmente demolito e ridotto ad anonimo distributore di benzina, nonché sull'opportunità di conservare o demolire ciò che resta dell'edificio costruito dall'architetto Labò. Personalmente ritengo che il livello di devastazione operata non consenta più un suo recupero. Ciononostante, rimane sempre aperta la questione di come ricucire questo vuoto urbano, che si colloca per di più in una zona di pregio e in una posizione strategica. La vicinanza della Fiera Internazionale di Genova mi ha suggerito di elaborare un'ipotesi di riqualificazione, che qui Le allego. Essa prevederebbe la ricostruzione «à l'identique», sull'area dell'ex-ristorante di Labò, di un edificio razionalista genovese, quasi del tutto sconosciuto anche agli specialisti del settore. Si tratta nella fattispecie del padiglione di Genova, una struttura modernissima eretta nel 1936 dall'arch. Riccardi all'interno della Fiera Coloniale permanente di Tripoli. Questo edificio straordinario, che sembra scaturito dalla matita di Terragni, potrebbe, a mio modesto avviso, integrarsi felicemente nel tessuto urbano della Foce, recuperando, in un'ideale linea di continuità, le funzioni e il simbolo di un'opera testimone, oggi come allora, della cultura e dello spirito impreditoriale genovese.
Rinnovandole i miei più sentiti ringraziamenti per la Sua disponibilità e la sensibilità dimostrate, attraverso il suo Giornale, nell'opera di valorizzazione del nostro patrimonio architettonico e culturale, voglia gradire le mie più vive cordialità.
Riccardo Forte