La Fiera di Torino? Molto meglio spostarla a Milano

da Torino

La domanda è di quelle che pochi hanno il coraggio di formulare, ma alla quale quasi tutti rispondono volentieri, a parte qualche snob che vive fuori del mondo reale e non sa nemmeno di che cosa si stia parlando (non lo citiamo per non regalargli una pubblicità immeritata): ha senso che la principale manifestazione d’Italia legata al mondo dei libri si tenga da 22 anni non a Milano, la capitale economica (e non solo) dell’editoria nazionale? È vero che Torino ha il merito di averlo inventato, questo evento, e di averlo condotto attraverso acque perigliose fino a oggi. Tuttavia, come si chiedono in molti, grandi e piccoli operatori del settore, come può il capoluogo lombardo non attirare l’attenzione di una grande fiera del libro, o di un appuntamento di pari livello culturale e perché no, economico?
Chiariamo subito. Nessuno vuole scippare niente a Torino, alla sua comunità, alle sue istituzioni. Però, come dice Federico Motta, direttore dell’Associazione Italiana Editori e ideatore della Fiera della piccola editoria di Roma, un valido complemento a quella di Torino, «per quanto Torino sia ben consolidata, è il momento che anche a Milano si combini qualcosa. Per esempio: Milano potrebbe puntare su una fiera del libro per ragazzi, non come quella per operatori di Bologna, ma qualcosa che sia davvero aperto al pubblico. Il settore ragazzi, tra l’altro, è quello attualmente in maggior crescita. In più c’è, mi pare, l’esigenza di riempire di contenuti la futura Expo internazionale del 2015, visto che adesso è anche stata trovata una sede “gratuita”».
Questa è una voce che interessa non solo l’editoria dei grossi fatturati, ma anche quella di nicchia. Editori nati da poco, come la romana Fandango, hanno bisogno di ribalte su cui farsi conoscere. «Per noi va bene qualunque tipo di fiera», spiega una portavoce. «Andiamo ovunque, a Torino come a Milano. A Milano abbiamo solo l’arma delle presentazioni in libreria o in altri piccoli spazi, ma ci manca un palco dove poter far sentire la nostra voce».
Anche il direttore commerciale di un colosso come la Rcs libri, Vincenzo Rizzo, è molto chiaro: «All’editoria farebbe piacere qualche grande evento a Milano. Esiste anche un progetto per organizzare qualcosa, di cui è a conoscenza l’attuale assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory. Niente di preciso, per il momento, io penso però a iniziative in cui si mettano gli studenti delle scuole a contatto con i libri. In cui si insegni loro che il libro non è qualcosa di obbligatorio o di pesante». È una parola, ma è vero che i giovani leggono sempre meno? «Per la verità, in un periodo come questo, di crisi economica, le flessioni nella vendita dei libri sono state contenute e non paragonabili a quelle di altri settori. Allargare l’orizzonte alle scuole è un obiettivo sensato, e un modello che potrebbe essere riprodotto».
Emilia Lodigiani, della casa editrice Iperborea (anch’essa con sede a Milano), è tranchant: «Anni fa avevamo suggerito che la Fiera fosse ambulante, che toccasse diverse località d’Italia. Non se ne è fatto nulla. È comunque scandaloso che Milano non abbia niente di paragonabile. Incontri con l’assessore ce ne sono già stati. Ma non abbiamo avuto nessuna reale risposta politica. Dico solo che vorremmo che i nostri amministratori e politici fossero all’altezza delle responsabilità e del ruolo che ricoprono. A Milano c’è perfino un eccesso di iniziative, magari di natura privata. Ma non c’è nemmeno un portale pubblico che faccia pubblicità a ciò che esiste. E l’Expo dovrebbe offrire spazi a costi ragionevoli, se non addirittura gratis».
Una posizione appena più sfumata è quella di Jacopo De Michelis, direttore della veneziana Marsilio, una casa editrice particolarmente radicata in Veneto, ma anche fortemente presente sulle altre più importanti piazze italiane. «Milano è la capitale dell’editoria», commenta. «Qualcosa manca di certo. Il mio mestiere non è inventare format, quindi non saprei quali alternative suggerire, però si potrebbe cominciare col far rivivere le biblioteche. Bene le iniziative di respiro internazionale come la Milanesiana, ma vorrei vedere qualcosa di più». In controtendenza l’editore Baldini Castoldi Dalai (di Alessandro Dalai), che per un ventennio si era rifiutato di mettere piede alla Fiera di Torino, ritenedola inutile. Che sostiene: «Per noi quest’anno tornare alla fiera è stato conveniente, l’anno scorso lo avevamo deciso all’ultimo momento. Quest’anno abbiamo pianificato le cose in modo da ricavarne anche un soddisfacente risultato commerciale». E poi contavano su un autore, Giorgio Faletti, in grado di calamitare un pubblico sgomitante. Centinaia di copie del suo ultimo libro, Io sono Dio vendute in poche ore. Faletti è piemontese, di Asti, e a Torino ci è venuto volentieri.
Del resto, in questi giorni si è cercato di quantificare il valore del marchio «Fiera internazionale del libro», compreso il logo inaugurato dieci anni fa. Secondo uno studio particolareggiato e complesso di una società (Intellectual Capital Management), il «patrimonio immateriale» della Fondazione a cui la Fiera fa capo, di cui il marchio «è il più tangibile fra quelli intangibili», si aggirerebbe sui due milioni di euro. Ma, si chiedono alcuni, se non è in vendita, perché viene quantificato? Tanto più che l’anno prossimo la Fiera di Torino tornerà a chiamarsi come in origine, Salone. Quasi tutti gli editori di peso economico rilevano come dal punto di vista delle operazioni professionali (compravendita di diritti con relative aste) l’Italia non abbia nulla di paragonabile alla Fiera di Francoforte (7.373 espositori contro i 1.400 di Torino) e rimanga di gran lunga inferiore all’Inghilterra (Londra).
Il presidente Rolando Picchioni ha cercato di aprire un «corridoio» per gli operatori professionali, ma c’è ancora molto da fare. Gran parte del business della Fiera di Torino è dovuto a un indotto di merci che poco hanno a che fare col libro. È un mercato dove si trova un po’ di tutto. In più, come scriveva il quotidiano La Stampa il giorno dell’apertura, per Torino e il Piemonte c’è un’atmosfera da «ultimi fuochi». Il sostegno degli sponsor e quello degli enti pubblici è sempre meno generoso, anche perché alcune fonti si stanno inaridendo. Il pasticcio del premio Grinzane Cavour paradossalmente avrebbe potuto aprire qualche spiraglio a favore della Fiera, rimasta la più grande occasione di dibattito culturale in questa parte della penisola. Picchioni ha sentito il bisogno di sottolinearlo: «La Fiera non è soltanto l’immensa libreria né la “esasperante” maratona convegnistica che conosciamo», ha spiegato.
Vero. Ma è anche quello e a volte lo è troppo. Buona l’idea di ospitare, il prossimo anno, l’India. Un Paese immenso, sconosciuto, aperto, nei nostri confronti, o almeno si spera, anche a proficue ipotesi commerciali. Nell’attesa che Milano si svegli.
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