Fiere e corse di strada a Milano, una firma per dire basta

E’ ora che Milano torni a essere una città normale dove il diritto alla circolazione di un milione e mezzo di persone viene prima degli interessi di qualche centinaio di commercianti o di qualche migliaia di sportivi improvvisati e autolesionisti. Firmiamo per dire basta<br />

Milano - Adesso basta. Basta con le Stramilano, le corse per la vita, gli arrivi del Giro d’Italia, le Fiere degli O bej O bej e quant’altro l’amministrazione comunale di Milano s’inventa o consente per paralizzare le strade cittadine. Non sono un tassista, uno Schumacher della domenica o un culo di pietra sempre attaccato al sedile della macchina. Mi sposto otto volte su dieci in bicletta e se piove uso il tram. L’auto per me è una soluzione di ripiego. Ma trovo intollerabile che in una città normale (non voglio dire civile o europea), solo NORMALE, poche migliaia (e a volte centinaia) di privilegiati possano calpestare il sacrosanto diritto alla circolazione di un milione e mezzo di persone solo per togliersi uno sfizio o accumulare lauti guadagni in pochi giorni.

PAZIENZA A PERDERE. La tolleranza è certo una virtù da esercitare per chi accetta di vivere in una comunità purché però ne valga la pena. Purché in qualche modo lo sforzo abbia una sua giustificazione. Ora vorrei che qualcuno spiegasse perché da tempo immemorabile un mercatino scadente (e sempre più scaduto) come gli Oh bej Oh bej debba paralizzare un intero quartiere della metropoli. Con centinaia di bancarelle che proliferano di anno in anno, abusivi che impazzano, polemiche che si moltiplicano, vigili, poliziotti, carabinieri costretti a un tour de force. E qualcuno che invoca l’esercito. Ma è un mercato o una campagna militare? E se proprio la città (ma quale città? chi protesterebbe a barte i bancarellari?) non può proprio farne a meno, perché questo mercatino della (ex) bella roba non si trasferisce in un’area periferica attrezzata? Tanto per non far nomi: la nuova Fiera a Rho, l’area esposizioni di Novegro, un bel prato selvaggio in periferia (se proprio non si vuole pagare il costo dello stand).

UNA TANTUM. E vogliamo parlare della Stramilano e delle varie marce per la vita, per le donne, per questo e per quello che ci s’inventa ogni anno? Anch’io ho preso parte alla prima edizione, non mi ricordo quante migliaia di anni fa, ma appunto era la prima edizione. E doveva restare l’ultima. Era accettabile che per una volta si provasse qualcosa di nuovo, di sicuro copiando dall’estero. Una trovata bizzarra, ma semel in anno licet insanire. Infatti che senso ha spolmonarsi in una citta superinquinata? Più si corre, più si aprono i bronchi, più veleni si ingoiano. E stendiamo un velo pietoso sui rischi di strappi, vesciche, infarti che corrono i corridori improvvisati, cioè la stragrande maggioranza dei partecipanti. Dice: ma è bello stare insieme, riappropriarsi per un giorno della città. Ma davvero siamo ridotti così? A non trovare un modo più sano e intelligente per «stare insieme»? E qualcuno si è mai fermato un isatnte a riflettere su questa espressione: «Riappropriarsi della città»? Ma riappropriarsi di che? Si torna a casa sfatti, sudati, doloranti e più carichi di smog di prima. Gli edifici, pubblici e privati, restano di proprietà dei legittimi proprietari. E lo stesso vale per strade e giardini. Non si è guadagnato niente. In compenso si è lasciato qualcosa: cartacce, bicchieri vuoti, fazzolettini buttati per terra dopo essersi rifocillati. L’unica soddisfazione: aver visto le facce incazzate dei concittadini che, ignari o dimentichi degli avvisi, hanno cercato di circolare nella domenica della maratona e sono stati bloccati da vigili e transenne.

IL PIRLA DELLA DOMENICA. C’è poi l’altro buon argomento dei sostenitori delle corse di massa: Dice: si tratta di sopportare solo qualche ora di disagio. E per giunta di domenica. Mica si va a lavorare di domenica. E già, perché a Milano negli altri giorni della settimana si circola che è una bellezza. Le strade sono vuote. O forse no. E allora è giusto che il pirla che si sposta nell’unico giorno in cui usare l’auto non è una tortura, venga penalizzato. Anche per le corse a piedi, come per le fiere, un’anima pia potrebbe ingenuamente chiedersi: è proprio impossibile trovare in questo paesello che si chiama Milano strutture adeguate (che so uno stadio, una pista di atletica, un percorso campestre) per chi ha l’insopprimibile e giustificatissima esigenza di esibire le proprie doti di Abebe Bikila? Per ora pare di no ma forse ci si potrebbe sforzare.

CORNUTI E MAZZIATI. E veniamo al Giro d’Italia. Qui non bastano le considerazioni fatte prima perché al danno del blocco stradale si aggiunge la beffa. Infatti per essere penalizzati negli spostamenti per un’intera domenica (ma in alcune zone della città dove si sistemano transenne e striscioni anche due giorni prima) i milanesi pagano. Tanto per dire: l’ultima volta che il Giro ci ha fatto l’onore di concludersi a Milano a giugno, il Comune ha versato agli organizzatori 250mila euro. E già, perché siamo ancora ai tempi di Bartali e Coppi e della radio a galena. O ci si ferma in cima al paracarro ad aspettare che passino i campioni come insegna Paolo Conte o il ciclismo puoi solo immaginarlo. Non c’è tv, internet, Sky. I patiti (ma quanti sono rispetto a un milione e mezzo di milanesi) devono avere i loro dieci secondi di soddisfazione, quel lampo in cui il gruppo di testa ti sfreccia davanti e sparisce. Intanto altre decine di migliaia di automobilisti hanno bestemmiato un’intera domenica a inventarsi percorsi alternativi, mappe da caccia al tesoro per raggiungere la nonna o il cognato che stavano 300 metri più in là, ma dalla parte opposta rispetto al tracciato del Giro d’Italia.

UNA FIRMA CI SALVERA? Per l’anno prossimo il rischio è scongiurato. Gli organizzatori volevano 1 milione di euro e in Comune, stavolta, prevalso il buon senso. L’onore di ospitare i campioni del pedale toccherà a qualcun altro, forse più bisognosco del nostro paesello sotto la Madonnina di un ritorno di notorietà. Ma il rischio, per il 2010, è dietro l’angolo. E allora ridiciamo basta. A questa e a tutte le altre manifestazioni che paralizzano la città con la benedizione del Comune. Raccogliamo le firme. La mia mail è a disposizione. Non so quante ne serviranno. Ma se arriviamo a un milione, forse qualcosa cambierà.

giacomo.bonessa@ilgiornale.it