Figli dei fiori, ecco cosa è rimasto

«Mi vestivo di arancione e la domenica andavo al parco a cantare»

Stefania Vitulli

«Noi figli dei fiori milanesi siamo cresciuti in pieno centro storico. Vivek, la comunità sannyasin, cioè ispirata a Osho Rajnesh, dove vivevo con i miei, era in via Moscova angolo Castelfidardo, dove adesso c'è il locale “Speak Easy”». A raccontarci la lunga parentesi hippy nella Milano degli anni Settanta è Kamla - il suo nome per gli «arancioni» -, al secolo Camila Raznovich, volto storico di Mtv Italia, ora anche a La7, infallibile trend setter e titolare di «Loveline», la rubrica di sesso in tv più esplicita degli ultimi anni. Un periodo non troppo lontano, quello degli hippies, nemmeno trent'anni fa. Eppure di figli dei fiori, ormai, ovvero di quei capelloni ispirati al fenomeno americano di Woodstock e dell'isola di Wight che inneggiavano a «Peace and Love», sesso libero, Hair e ashram indiani, sembra che in città non ce ne siano più. Eppure allora Milano ospitava locali, raduni e soprattutto una comunità, Vivek, sorta dalle ceneri del Macondo (il ritrovo culturale fondato da Mauro Rostagno e Andrea «Majid» Valcarenghi, quello di Re Nudo), che fu punto di aggregazione e anche prototipo di una serie di realtà cittadine contemporanee, dai ristoranti «bio» ai centri sociali.
Il libro in cui Camila descrive la sua vita tra i figli dei fiori si intitola Lo rifarei! (Baldini Castoldi Dalai, Pp. 212, euro 17) ed è stato presentato ieri sera a Milano in un evento ad inviti da una serie di intenditori degli anni Settanta come Delfina Rattazzi, Elio Fiorucci e Fabio Canino. La Raznovich, classe 1974, descrive la sua vita di bambina tra gli arancioni, in India, in Inghilterra e in gran parte a Milano, dove grazie alla presenza della comunità Vivek, sorta nel 1978 e chiusa nel 1986 per decisione stessa degli arancioni, sono concentrati gran parte dei suoi ricordi, rafforzati dal fatto che Camila a Milano ci si è poi stabilita. «In alcune domeniche di primavera ci si dava appuntamento al parco Sempione per la sufi danc» ci racconta Camila. «Una cinquantina di persone, vestite di arancione e rosso, si prendevano per mano formando un enorme cerchio, cantavano e si muovevano, seguendo le indicazioni date da mia madre. Da dietro, a prima vista, non si distinguevano gli uomini dalle donne, la lunghezza dei capelli era spesso la stessa e molti indossavano delle tuniche. Ci si ritrovava anche tra amiche ai giardini di Pagano. Io, vestita di arancione o con il poncho, ho fatto le elementari alla Ruffini, una delle scuole snob di Milano, passavo i pomeriggi tra corso Vercelli e via Vercellina, facevo colazione da Biffi e andavo a mangiare la pizza allo Squalo, all'angolo tra corso Magenta e piazzale Baracca». Una piccola hippy circondata da amiche snob, a quanto pare. «La cultura milanese alternativa e anticonformista era profondamente immersa nel cuore della Milano bene», risponde Camila. «Una parte della città che noi vivevamo in maniera “diversa”: abitavamo negli stessi appartamenti, nelle stesse zone, ma i nostri dentro erano praticamente vuoti, con grandi tappeti per terra».
Siamo andati alla ricerca degli altri membri di Vivek, per farci raccontare come la città aveva accolto la comunità di Osho (che tutti ricorderanno come «il santone delle Rolls Royce»), che in quel momento era una delle più grandi d'Europa. «Vivek era il fulcro della vita hippy a Milano in quel periodo ed era un punto di ritrovo per molti milanesi, compresa gente famosa, che passava spesso a trovarci. Siamo arrivati a vivere lì in sessanta persone» ci racconta Siddho Marchesi, che a 26 anni era una delle co-direttrici della comunità. «Portavamo l'aspetto meditativo e di attenzione all'essere umano anche in attività commerciali: la birreria e un bellissimo ristorante, il Giardino d'inverno. Fu il primo ristorante “bio” in città. Avevamo parrucchiere, lavanderia, cucina e una company di elettricisti, muratori e falegnami che devolveva i ricavi alla comunità. Offrivamo anche meditazione e terapia. Buon cibo e accoglienza dell'anima. Certo, a volte ci confondevano con gli Hare Krishna, ma la città ci ha molto rispettato e frequentato». «Dal '68 al '79 furono luoghi di ritrovo hippy l'intera zona di Brera e dei Navigli. Il bar Magenta, la libreria Calusca in porta Ticinese e tutto il corso, con i suoi negozi alternativi e con il neonato Secondamano, ideato dal fotografo Roby Schirer dopo un viaggio negli Usa», aggiunge Shunyam Deretta, che sui sannyasin tiene un blog su internet (http://shuny.blog.kataweb.it/) e che per qualche tempo ha vissuto a Vivek.