La figlia di JFK a Obama: "Sei come papà"

Caroline si schiera con il senatore dell'Illinois: "Per la prima volta credo di aver trovato un politico che somiglia a mio papà". La Clinton critica il marito: "Troppa foga negli attacchi a Barack"

Washington - Dalla Carolina del Sud alla Carolina dei Kennedy. All’indomani del successo su Hillary Clinton, Barack Obama ha ricevuto ieri una grande spinta nella sua corsa alla nomination democratica per la Casa Bianca. La figlia di Jfk, in un articolo intitolato «Sarebbe un presidente come mio padre» pubblicato ieri dal New York Times, scrive: «Non ho mai avuto nella mia vita un presidente capace di ispirarmi nello stesso modo in cui la gente mi dice di essere stata ispirata a suo tempo da mio padre. Ma adesso, per la prima volta, credo di avere trovato l’uomo che potrebbe essere quel presidente: non solo per me, ma per una nuova generazione di americani». E anche il senatore Ted Kennedy, fratello di John, ha annunciato ieri di appoggiare il candidato afroamericano.

Ora l’attenzione è puntata al derby elettorale della Florida che apre domani e sintetizza la Grande Stagione del Supermartedì, i democratici si presentano con un problema temporaneamente risolto, una impasse che permane e la tentazione di una soluzione fin troppo «perfetta», i repubblicani con un campo aspramente diviso ma soprattutto con una incognita da tempo incombente ma che potrebbe risolversi e dissolversi entro ventiquattro ore. Il South Carolina ha dato il suo verdetto, atteso ma non scontato: Barack Obama è tornato a vincere, ha potuto riprendere il suo discorso.

Non era in dubbio che egli arrivasse in testa nella primaria di uno Stato in cui metà degli elettori democratici sono di pelle nera.
Il successo del senatore dell’Illinois consiste nell’essere andato oltre: raccogliendo attorno al 55 per cento del voto totale e praticamente «doppiando» la principale rivale Hillary Clinton, egli ha potuto aggiungere all’80 per cento dei suffragi «di colore» un buon quarto del voto bianco che ha confermato così di saper attirare come aveva fatto del resto vincendo nell’Iowa, uno Stato di origini etniche quasi totalmente europee. Non è detto che gli basti: è bastato per mettere in crisi la strategia elettorale della coppia Clinton e in particolare di Bill, su cui si rovesciano adesso le critiche di chi lo ritiene responsabile della esasperazione dei toni polemici. Dicono addirittura che abbia usato «linguaggio razzista», proprio lui che quando salì alla Casa Bianca fu salutato dalla comunità di colore come «il primo presidente nero d’America». Critiche all’ex presidente anche dalla moglie: in un’intervista alla Cbs ha ammesso che il marito «si è lasciato prendere un po’ dalla foga» nei suoi attacchi a Obama.

L’avaro raccolto del terzo candidato John Edwards, lo elimina praticamente dalla gara riducendola a duello fra Barack e Hillary che può realmente danneggiare le eccellenti possibilità dei democratici nel 2008 se si svilupperà in toni acrimoniosi, ma che potrebbe anche ridare attualità all’ipotesi di un «ticket di ferro» Clinton-Obama se lo permetteranno gli sviluppi futuri e soprattutto l’esito del Supermartedì in cui Hillary dovrebbe prevalere largamente.
Per i democratici, insomma, la Florida non deciderà nulla. Per i repubblicani potrebbe invece decidere tutto. Il senatore dell’Arizona John McCain è sulla cresta dell’onda. Il suo rivale Mitt Romney (che proprio ieri ha incassato il sostegno di un’altra figlia «eccellente», quello di Elisabeth Cheney, l’erede dell’attuale vicepresidente) ha cercato di recuperare terreno con una serie di proposte contro la crisi economica, area in cui è competente. Per reazione McCain ha riportato al centro del dibattito un tema che si era attenuato, la guerra in Irak, per accusare Romney di essere in qualche modo «disponibile» a un ritiro che «sancirebbe» la sconfitta dell’America.

I sondaggi per domani li danno praticamente appaiati, ma alle spalle di entrambi incombe, pur collocato al terzo posto, Rudy Giuliani, che in Florida si gioca tutto o quasi. Questa è stata la sua strategia fin dai tempi in cui l’ex sindaco di New York era la prima scelta nei sondaggi repubblicani. Per lo sceriffo Giuliani il mezzogiorno di fuoco arriverà il 5 febbraio, il Supermartedì, quando la sua sorte sarà definitivamente decisa.