La figlia del maresciallo morto in Afghanistan: "Esponete il tricolore"

Giusy, la figlia del militare scomparso, ha espresso apprezzamento per chi esporrà la bandiera
italiana alla finestra, come "faceva lui in ricordo dei caduti di
Nassirya"

Il primo maresciallo Giovanni Pezzulo è tornato a casa, la scorsa notte, in una bara avvolta dal tricolore. La figlia Giusy ha espresso apprezzamento per chi esporrà la bandiera italiana alla finestra, come «faceva lui in ricordo dei caduti di Nassirya».
I quasi 2650 soldati italiani sono in prima linea non solo nel fortino di Surobi, la zona dove i talebani hanno attaccato martedì uccidendo il primo maresciallo e ferendo un alpino paracadutista. Nella «valle della morte» di Musahi e dintorni, alle porte di Kabul, gli alpini sono incappati in trappole esplosive ed imboscate. Recentemente un avamposto è stato attaccato durante la notte, ma per fortuna i soldati italiani non si sono fatti travolgere.
La situazione è ancora più difficile nell’Afghanistan occidentale, dove abbiamo il comando delle province di Herat, Ghor, Baghdis e Farah. Il 9 febbraio un gruppo armato ha attaccato la prigione di Shindand scatenando uno scontro a fuoco durato mezz’ora. Il primo attacco kamikaze del 2008, con una macchina minata, è avvenuto il 12 febbraio nella famigerata provincia di Farah. L’obiettivo era un convoglio della missione Nato in Afghanistan. Le zone ad alto rischio sono Bakwa, Bala Baluk, Delaram, dove ogni giorno esce in missione la Task force 45. Circa duecento uomini dei migliori corpi speciali italiani impegnati nell’operazione Sarissa di contrasto ai talebani. Le truppe italiane appoggiano i governativi afghani e spesso combattono. Dal quartier generale di Herat sono intervenuti gli aerei senza pilota Predator, gli elicotteri d’attacco Mangusta, ma anche i veicoli corazzati Dardo. I cinque Mangusta del nostro contingente hanno volato per 600 ore in sei mesi, tirando fuori dai guai reparti americani e spagnoli.
Il problema è che gli alleati della Nato impiegati in zone ancora più «calde», come il sud e l’est del Paese, vorrebbero il cambio. Ieri i caccia Usa hanno bombardato nuclei di talebani che si spostavano in motocicletta nella provincia di Uruzgan. Gli inglesi, che sono la seconda forza della Nato in Afghanistan con circa 7mila uomini, hanno già perso 80 soldati nella provincia di Helmand. Canadesi e olandesi accarezzano l’idea di ritirarsi e solo i francesi hanno vagamente promesso rinforzi. I tedeschi hanno previsto 500 uomini in più, ma nell’Afghanistan settentrionale ben più tranquillo. Gli Usa, di fronte alla ritrosia europea, hanno deciso di inviare 3200 marines fra marzo ed aprile. Il bicchiere mezzo vuoto è rappresentato dagli ultimi dati sulle attività ostili resi noti nei giorni scorsi dal comando Nato a Kabul. Dal primo gennaio il 91% degli attacchi è stato registrato solo nell’8% dei distretti.
Il rigido inverno ha sicuramente rallentato i talebani, ma nell’84% dei 335 distretti afghani non ci sono stati incidenti. Non è andata così a Surobi, dove è caduto martedì il maresciallo Pezzulo. Ieri mattina a Kabul, imbiancata dalla neve, i commilitoni di Camp Invicta si sono schierati per l’ultimo saluto. La bara è stata portata a spalla fino al C-130 dell’Aeronautica militare per l’ultimo viaggio verso casa. L’arrivo a Ciampino previsto nella notte, poco prima dell’una. I funerali sono in programma domani, nel duomo di Oderzo, in provincia di Treviso, dove vive la famiglia del caduto. Sua figlia Giusy, 18 anni, ieri è apparsa sull’uscio di casa per ricordare il padre: «Tutti i giorni ci mandava le foto di quello che faceva con i bambini nelle scuole che ricostruivano». Trattenendo le lacrime ha poi concluso: «Mi farebbe piacere l’esposizione del tricolore perché lui, in occasione dell’anniversario dell’attentato di Nassirya, lo metteva sempre in onore dei colleghi caduti».
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