«Figlio del blues» del Mississippi e degli Appalachi

«The Blues had a baby and they named it Rock’n’Roll» («Il Blues ebbe un figlio e lo chiamò Rock’n’Roll»), recitava una vecchia canzone di uno degli ultimi bluesmen dell’età pionieristica della musica afroamericana, quel Muddy Waters la cui forza espressiva fece breccia nel cuore di allievi come Eric Clapton, Keith Richards, Johnny Winter e Jeff Beck, tanto per citarne alcuni. Se è indubbio che tutta la musica internazionale abbia pagato e paghi un grosso tributo al Blues, la paternità dell’impatto travolgente che il rock’n’roll ha avuto sulle giovani generazioni americane e del resto del mondo ha spiegazioni meno semplici.
Pare che la prima persona a utilizzare questa espressione per denominare una forma musicale sia stata il dee-jay Alan Freed, nel 1952. Elvis doveva ancora venire ma fu proprio lui a dare un volto a quella parola. Rock e roll sono due verbi che nello slang afroamericano sono sinonimo di torbide pulsioni e sfrenate attività sessuali. Proprio quello di cui i benpensanti e i puritani americani non avrebbero mai voluto i giovani parlassero. Ma se la cosiddetta rivoluzione sessuale doveva ancora venire, non di meno gli adolescenti, passato il tripudio nazionalistico per la vittoria nella seconda guerra mondiale, avevano bisogno di nuovi punti di riferimento. Le loro icone non potevano essere i patinati Frank Sinatra e Dean Martin o le orchestre swing che tanto piacevano ai genitori. Ci voleva qualcosa di più forte.
Ci pensò il rock’n’roll. E ci pensarono soprattutto i primi grandi esponenti di questa musica che era nuova solo nel nome ma che aveva le mani e i piedi imbrattati del fango del Mississippi e dell’argilla degli Appalachi. Insomma, musica bianca e musica nera. Elvis fece da catalizzatore a quelle esigenze. Iniziò ad ancheggiare intorno a un’asta di microfono, a lanciare singhiozzi e gridolini sensuali e a cantare pezzi che, attraverso la voce di un cantante country tradizionale o di un bluesman del Sud, non avrebbero captato un pubblico così vasto. Elvis diede la voce e il volto e qualcun altro ci mise liriche sfrenate e rivoluzionarie e suoni forti di una sincopazione fino a quel momento permessa solo nelle più umili bettole nere. Chuck Berry, Little Richard, Jerry Lee Lewis, Eddie Cochran, Buddy Holly furono i primi epigoni di Elvis. Intrisi di tradizione e cresciuti a forza di Hank Williams, Jimmy Rodgers, Robert Johnson, T-Bone Walker, fecero a pezzi la tradizione e la reinventarono. Crebbe un mercato quasi inesauribile di dischi, film, riviste, e merchandising giovanile. Anche i primi eccessi e le prime trasgressioni delle rockstar vennero a galla. Alcol, pupe e macchine e, presto, le prime droghe.
Quello che Elvis non riuscì a completare - e molto tempo prima che le anfetamine gli friggessero il cervello e lo minassero nel fisico, fino a scavargli la fossa - lo finirono i gruppi inglesi che giunsero in America sulla scia del successo dei Beatles, altro grande catalizzatore planetario. Il rock non era maturo ma lo sarebbe stato presto e avrebbe dato segni di senilità precoce. Qualcuno disse che era morto già nel 1968, qualcun altro che Woodstock, il primo grande raduno di massa del suo popolo, fu il punto di non ritorno, qualcun altro che la fine del sogno giunse con lo scioglimento dei Beatles. Nella seconda metà degli anni ’70 il movimento punk cercò di smitizzare quelli che erano ormai diventati stereotipi, uno sbiadito scimmiottare il sincero spirito ribelle degli anni ’50. Ma anche il punk finì per essere la caricatura di se stesso. Rock is dead. Long live Rock. Quante volte ancora lo sentiremo dichiarare? Forse è già in atto una causa di beatificazione.