Il figlio che massacrò la famiglia per un miliardo e mezzo di schei

Inscenò una finta rapina con l’aiuto di tre amici complici. Sognava una vita di lusso e belle donne: voleva l’eredità dei genitori

Era una notte di sedici anni fa, proprio a metà aprile. Pietro Maso aveva preparato con cura l’omicidio dei genitori Antonio e Maria Rosa. Aveva atteso una sera in cui sarebbero rincasati tardi nella villetta a due piani di Montecchia di Crosara (Verona), di ritorno da una serata passata con un gruppo di preghiera. Con tre amici trasformati in complici (uno era minorenne) aveva inscenato una rapina. Già nascosti in un angolo gli strumenti per il massacro, le maschere di carnevale, la mazza di ferro, il bloccasterzo. Lo stesso alibi per tutti: finita la carneficina di corsa in discoteca, il ballo, lo sballo, e nel cuore della notte il rientro tra le mura domestiche, il finto stupore per la strage, le false lacrime, le richieste fasulle di avere giustizia.
Motivo del macello: i soldi, il miliardo e mezzo che papà aveva messo da parte in una vita di lavoro come agricoltore, il miraggio della vita bella e facile. I maledetti schei che proprio in quegli anni stavano trasformando il Veneto nel «fenomeno Nordest»: un «caso» per sociologi, economisti, politici, imprenditori. E da quella notte tra il 16 e il 17 aprile 1991 anche per poliziotti, magistrati, criminologi, psichiatri.
Agli inquirenti la scena del crimine apparve subito anomala. Il furore dei ladri era bestiale, la tranquillità dell’unico figlio maschio strana, gli alibi deboli. I quattro ragazzi crollarono dopo due giorni. La ricostruzione del delitto è agghiacciante. La banda si era nascosta in casa, avevano atteso che i coniugi Maso parcheggiassero l’auto nel garage, salissero la scala interna, poi giù a sprangate, con ferocia. Il padre che rantolava è stato soffocato con una coperta, la madre «che non la smetteva di urlare» è stata finita dal figlio con un colpo in testa. Un agguato animalesco, una inumanità che in tribunale vale la seminfermità di mente. Per Maso condanna a 30 anni: era il capo della cricca e il più vecchio (19 anni). Ventisei anni a Paolo Cavazza e Giorgio Carbognin, entrambi diciottenni. Pena minore per Damiano Burato, che non aveva ancora la maggiore età. Tutti abbagliati dai soldi. «Dài che andemo a copar gente», erano stati convinti così.
Pietro Maso è stato rinchiuso nel carcere di Opera e da allora non è stato più lui. È stato altro. Le poesie che ha scritto, le lettere che ha inviato al vescovo, i quadri che ha dipinto e ha siglato con le iniziali dei genitori, il lavoro svolto per una cooperativa convenzionata con la Regione Lombardia. È divenuto l’oggetto della vana curiosità dei giornalisti, è stato trasformato in un applauditissimo spettacolo teatrale («Animali a sangue freddo»), in un film («I pavoni» prodotto da Gianni Minervini e distribuito dall’Istituto Luce), in un romanzo composto dal sociologo ed ex deputato verde Gianfranco Bettin, in un saggio stampato dal professor Vittorino Andreoli che ne aveva scandagliato ogni recesso della psiche.
Maso è sparito. Il suo posto è stato preso dal vestito che indossava il giorno della prima udienza in Corte d’assise (blazer blu e foulard a pallini), dalla pettinatura, dalla collezione di profumi: ne possedeva 50 e li usava a seconda delle occasioni. Della giovane belva omicida restava il passato, la personalità narcisistica, gli abiti eleganti ed eccentrici, la mania per la palestra e gli abbronzanti (mantenuta anche dietro le sbarre), la passione per il gioco d’azzardo, l’attrazione per una vita alla «Miami Vice» tutta auto vestiti belle donne e conti lasciati in sospeso al bar John di Montecchia di Crosara: Pietro era uno dei pochi a poterselo permettere.
È diventato il «pentito» quando ha tentato una mossa disperata per alleggerire il carico degli anni di carcere. È assurto a simbolo del male di vivere nel Veneto dorato, della normalità solo apparente che avvolge queste zone baciate dal benessere. È stato il primo a scandalizzare perché in cella riceveva lettere di ammiratrici e, per un periodo, anche le visite settimanali di una bella commessa bolognese che lo voleva sposare.
Un uomo in particolare si è avvicinato a lui per l’unico motivo che valesse la pena: perché era un suo simile. Un prete veronese, quel don Guido Todeschini fondatore di Telepace che oggi è additato come un padrone delle ferriere. «Gli ho chiesto di aiutarmi a capire, a portare il peso, ma di lui non voglio parlare», ha raccontato Maso: Todeschini è diventato il suo tutore. Lo hanno aiutato anche gli assistenti del carcere, il direttore, quelli della cooperativa Spes (gli stessi che hanno dato lavoro a Mario Moretti e Marco Barbone). Tutta gente che non crede nei mostri. E forse, dopo 16 anni di galera, neppure Pietro Maso lo è più.