Il figlio di Facchetti in tv sarà l’amico di Pantani

Amico da sempre e nella realtà di Gianni Motta, amico fraterno di Marco Pantani per questioni di fiction. Bacigalupo prima, Francesco adesso, Facchetti da 32 anni a questa parte, nel ruolo più difficile e scomodo del mondo: quello del «figlio di», che ogni giorno interpreta con assoluta sobrietà e leggerezza, come in famiglia gli hanno insegnato.
Bacigalupo nella fiction Il Grande Torino, Francesco ne Il Pirata – L’orgoglio ritrovato, in onda su Rai Uno il prossimo 5 febbraio. Gianfelice Facchetti, 32 anni, figlio di Giacinto, capitano leggendario della Grande Inter, presidente della Beneamata fino al 4 settembre dello scorso anno, giorno della sua morte.
Gianfelice Facchetti, professione attore, scrittore, regista, con un discreto passato da portiere nelle giovanili dell’Atalanta. Nel film dedicato a Pantani sarà Francesco, «il miglior amico del Pirata, che starà fino alla fine solo e soltanto dalla parte di Marco. Un ruolo semplice, pulito, elementare, in una storia triste e dolorosa», ci dice.
Facchetti, che film sarà?
«Un film dolce, un film d’amore. Claudio Bonivento – il regista - è partito da due aspetti contrastanti del carattere di Pantani: orgoglio e fragilità. Con questo lavoro, ha voluto restituire ai milioni di tifosi che l’hanno amato e continuano ad amarlo, il Pantani più vero. Claudio durante le riprese ci ripeteva di continuo: Pantani merita rispetto, non è una colpa non farcela».
Chi è stato, per lei, Pantani?
«Un grandissimo sportivo, un figlio della provincia che ha conquistato il mondo. Ha raggiunto traguardi inimmaginabili, ma il campione grintoso era anche debole. Certo non è stato solo una vittima, ma non è stato neanche un carnefice. Ha fatto male solo a se stesso. La fragilità la rispetto più della forza...».
Quando le è stata prospettata l’opportunità di interpretare Francesco nella fiction su Pantani?
«In un momento molto triste e delicato della mia vita, quando mio padre era in ospedale. “Lanciati, è una grandissima opportunità”, mi disse. Io però non me la sentivo. Tutti eravamo aggrappati a lui, la priorità era la sua salute, poi ai primi di settembre ci ha lasciati e io mi sono buttato anima e corpo nel lavoro e ho cominciato a pedalare...».
In che senso?
«Nel vero senso della parola, per interpretare questo ruolo, l’amico più vero di Marco, mi sono dovuto allenare molto e l’ho fatto con Gianni Motta, uno che in bicicletta ci va ancora tutti i giorni ed è allenatissimo. “Gianni, mi devi allenare”, gli dissi. Non se lo fece ripetere due volte. Mi mise subito al lavoro: è stata dura, ma che bello...».
Pensa che qualcuno abbia delle responsabilità in tutta questa storia?
«Probabilmente sì, ma forse non è neppure il caso di fare processi. Questa è una storia amara e dolorosa, e una ricerca di questo tipo non può che creare altro dolore e altro tormento».
Capire però è importante...
«Ma senza di lui non si può più capire...».
Oggi c’è un campione che le piace particolarmente?
«Ho seguito la vicenda di Ivan Basso e ho temuto di rivedere un film già visto. Ma il campione che più ha colpito la mia immaginazione di sportivo è Paolo Bettini. Un grande, un atleta che ha raggiunto l’apice vincendo il Lombardia nel modo in cui l’ha vinto: dopo la morte del fratello. Una storia da pièce teatrale, una storia da emozioni forti e di grande amore, proprio come quella di Marco Pantani».
Se potesse scegliere lei, c’è un altro personaggio del ciclismo sul quale scriverebbe un lavoro teatrale?
«In questi mesi ho ascoltato con grandissimo piacere tanti racconti ciclistici, ho sentito straordinarie storie su Malabrocca, la mitica maglia nera. Racconti romantici, intrisi di leggenda e umanità. Mi piacerebbe lavorare su un personaggio come questo e non è detto che un giorno non lo faccia».